22 giugno 2017

Un anno fa moriva Sr. Cecilia


Un sorriso straordinario, dolce, di una sposa e non certo di una persona che di lì a qualche ora sarebbe volata in cielo. Era il 22 giugno 2016 e da sei mesi suor Cecilia Maria, 43 anni, carmelitana scalza di Santa Fè, in Argentina, lottava contro il cancro.  Tutto era cominciato con un tumore alla lingua che aveva creato metastasi ai polmoni. Lei, infermiera divenuta a 26 anni carmelitana scalza nel monastero di Santa Teresa e San Giuseppe a Santa Fé, da quel momento ha affrontato il dolore con coraggio e, soprattutto, senza mai perdere il sorriso, come testimoniano le foto diffuse dalla sorella (anche lei religiosa) e dalle suore del monastero in cui dal 2003 ha vissuto. Suonava il violino, amava i bambini ed era conosciuta per la sua dolcezza e il sorriso. Quel sorriso luminoso e contagiante, che la faceva sembrare ancora una ragazzina, non si è mai spento, fino al momento della morte. Ogni volta che poteva, indossava il suo abito di carmelitana scalza per partecipare alla Messa nella cappella dell’ospedale.
Altre volte, come negli ultimi giorni della sua vita, offerta per la Chiesa, per i sacerdoti e per il Santo Padre, insieme con la sua piccola comunità assisteva a una celebrazione in camera. Suor Cecilia Maria, come testimoniano alcuni video che sono stati postati su youtube, viveva queste Messe con un raccoglimento commovente, con quell’ amore per il Signore che ha caratterizzato la sua vita dietro la grata del Carmelo.
Sono molto contenta”, ha scritto nel maggio scorso suor Cecilia, “stupita dall’opera compiuta da Dio attraverso la sofferenza e dalle tante persone che pregano per me”.
Anche Papa Francesco le aveva mandato un messaggio. Sapeva che si era offerta per la Chiesa e che stava affrontando tanta sofferenza senza mai perdere il sorriso.
  Per il suo funerale lasciò un foglietto di carta con il suo ultimo desiderio:
Stavo pensando come volevo che fosse la mia funzione funebre. 
Prima un po’ di “forte di preghiera” e poi una grande festa per tutti
La sua ultima foto, sorridente, con gli occhi chiusi ha commosso tutto il mondo. Ancora fa venire i brividi vederla così.
Così, stesa sulla Croce, abbracciando il Crocifisso che l’ama, muore una carmelitana.
A lei vorremmo affidare tutti i giovani che lottano contro il tumore. Il suo sorriso li contagi quando stanno per perdere la forza di lottare e di affidarsi a Dio.

s.d.b.

19 aprile 2017

Peregrinatio delle reliquie di S. Elisabetta della Trinità


Cari fratelli e sorelle, vi scrivo per annunciarvi un’iniziativa che abbiamo pensato insieme a P. Antonio Sangalli, Vicepostulatore della Causa di S. Elisabetta della Trinità.
Un aspetto dell’attualità di Elisabetta e, se vogliamo, del suo profetismo, è sicuramente da rilevare nell’avere maturato e vissuto grande parte della sua profonda esperienza dell’amore trinitario che Gesù è venuto a comunicarci, vivendo la sua esperienza umana con intensità e completezza, come ogni giovane, immersa in molteplici attività, coltivando mille interessi, godendo appieno di ciò che la vita le offriva.
La più alta esperienza di intimità e consegna di sé all’Amato la visse immersa nella vita del mondo, senza rifiutare alcuna dimensione della propria umanità. Elisabetta, però, non è conosciuta per questo, quanto per il suo messaggio prettamente spirituale e la sua profonda teologia esistenziale.

L’iniziativa della peregrinatio delle reliquie è pensata perciò, proprio come occasione di far conoscere Elisabetta anche al di fuori degli ambienti “spirituali” del Carmelo, della vita religiosa, dei seminari, della teologia accademica, facendo leva sul potere di attrazione e coinvolgimento che l’accoglienza dell’Urna – contenente delle reliquie insigni ex ossibus – debitamente preparata, sa esercitare. L’intento, in poche parole, è favorire l’incontro tra lei – con il suo modo così semplice di trovare in tutte le cose e le attività il Dio che ci ama, imparando a donarsi a Lui per assomigliare a suo Figlio Gesù Cristo – e soprattutto i nostri amici laici (giovani, lavoratori, disoccupati), perché trovino la pienezza della loro vita mediante la parola e la presenza di questa grande Santa, che ci insegna ad accogliere la parola di Dio con estremo realismo conducendoci alle profondità della vita trinitaria in Cristo Gesù.
Dunque, l’ambito privilegiato a cui ci rivolgiamo è il mondo del Carmelo italiano, ma nulla vieta che l’Urna delle reliquie passi anche nelle parrocchie dove sorgono conventi e monasteri: attraverso questa peregrinatio vogliamo proporre un’occasione di animazione vocazionale ed evangelizzazione. Chiunque fosse interessato – Conventi, Monasteri, Fraternità Secolari, Parrocchie – può già da ora inviare la propria adesione scrivendo a: P. Antonio Sangalli, Convento Padri Carmelitani Scalzi, Via Pergolato 1, 44121 Ferrara o inviando una mail a questi indirizzi: sangalli.antonio@tiscali.it o postgen@ocdcuria.org. L’Urna delle reliquie può essere riservata per una settimana/dieci giorni; ognuno può organizzare il proprio programma come meglio crede.
 La Postulazione generale dell’Ordine sta preparando alcuni sussidi, per aiutare la preparazione della predicazione e dell’animazione di varie celebrazioni (Messa, Liturgia delle Ore, Veglie…). Per meglio valutare il da farsi, attendiamo l’adesione di quanti sono interessati alla peregrinatio per stendere poi un calendario con le varie tappe. L’intenzione è quella di iniziare la peregrinatio dopo Pentecoste, quando sarà ultimato l’allestimento dell’Urna delle reliquie per i vari viaggi che dovrà affrontare e la sua esposizione in chiesa.
 Vi saluto con affetto, fraternamente,
   p. Romano Gambalunga OCD Postulatore generale

15 aprile 2017

Questa è la Notte ...

« Questa è la notte in cui Cristo, 
spezzando i vincoli della morte, 
risorge vincitore dal sepolcro » 
(Exultet)

Il cielo brilla quando viene illuminato dal coro delle stelle, e l’universo brilla più ancora quando sorge la stella del mattino. Ma questa notte risplende ora, meno per il chiarore degli astri che per la gioia davanti alla vittoria del nostro Dio e Salvatore. “Abbiate fiducia, dice infatti, io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). Dopo questa vittoria di Dio sull’avversario invisibile, anche noi vinceremo certamente sui demoni. Rimaniamo dunque vicino alla croce della nostra salvezza, per cogliere i primi frutti dei doni di Gesù. Celebriamo questa santa notte con le fiaccole sacre; facciamo salire una musica divina, cantiamo un inno celeste; il “Sole di giustizia” (Mal 3,2) nostro Signore Gesù Cristo, ha illuminato questo giorno per il mondo intero, è sorto per mezzo della croce, ha salvato i credenti... (Santo Hesychius)

La Santa Pasqua 
con Elisabetta della Trinità

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto». Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno». 1. La meditazione del giorno: “Risorgeremo con Lui” (L 42) 
Più volte, Elisabetta ricorda la Settimana Santa che culmina nella gioia della mattina di Pasqua. Prima della sua entrata in monastero, scrive a Marguerite Gollot : “Non scorderà certo la nostra veglia del Giovedì Santo. Quali ricordi! Questa volta non ci sarà nessuno per riaccompagnarmi, ma spero di andarci lo stesso, fosse anche per un momento solo. È forse necessario dirle che non la dimenticherò durante quella notte d’amore? Il Venerdì Santo le do appuntamento ai piedi della croce fino alle tre. Bisogna morire con lui, cioè morire a tutto per non vivere che di lui! E, domenica, con lui anche risorgeremo. Oh! la festa di Pasqua! Bisognerebbe andare a celebrarla lassù, nel nostro Carmelo celeste, ma quando egli vorrà. Che importa la vita o la morte?... Amiamo!” (L 42). Dal Carmelo, scrive alle sue cugine: 

29 marzo 2017

Ogni cosa a suo tempo...

Santa Teresa sapeva apprezzare le "cose buone", le piccole gioie che Dio semina, nel senso molto semplice che diamo a questa espressione. Passando da Manzanares, fu invitata a pranzare presso un benefattore, che fece preparare una tavola abbondante, tra l'altro con un piatto di pernici. Le cameriere guardavano sbalordite La Madre che si serviva delle pernici e le gustava senza fare complimenti. Notando il loro stupore, ella intervenne: "I santi fanno ogni cosa a suo tempo; quando c'è la penitenza, la penitenza; quando ci sono le pernici, le pernici!"

Impariamo da questa grande mistica ad accettare con umiltà e gioia le cose che Dio e gli altri ci offrono, senza rifiutare facendo una "faccia da immaginetta" (come direbbe Papa Francesco). Cerchiamo invece di accogliere con pace le penitenze che Dio stesso sceglie per noi e permette nella nostra giornata, accettando che scombini i nostri piani con un contrattempo, una difficoltà, un problema di salute....

(dalla newsletter del  Carmelo di Quart)

01 marzo 2017

Prepariamoci per irradiare Cristo


«Irradiare Dio» : questa espressione ritorna molte volte sotto la penna di Elisabetta. Alla sua amica Germaine de Gemeaux, precisa : « un’anima unita a Gesù è un vivente sorriso che lo riflette e lo dona. » (L 252). Per lei, « irradiare Dio », non è un privilegio di qualche anima, ma la missione di ogni battezzato.
Ci è proposto  di vivere questo tempo di quaresima in compagnia di Elisabetta. Ella ci dà queste indicazioni : « durante la Quaresima, Le do appuntamento nell’infinità di Dio e del suo amore. Sarà questo il nostro deserto dove, in compagnia dello Sposo divino, vivremo in assoluta solitudine perché è proprio in questa solitudine che parla al cuore » (L 132, febbraio 1903) 

Puoi ricevere le meditazioni della Quaresima per mail,
 iscrivendoti su: www.esercizi-online.karmel.at 
o scrivendo a esercizi-online@karmel.at 
Gli esercizi carmelitani online sono un'iniziativa dei Carmelitani Scalzi di Parigi, mentre la versione italiana è prodotta dai Carmelitani d'Austria con l'aiuto di p. Giacomo Gubert OCD (Roma). 

La Parola è un dono. L’altro è un dono

Il Messaggio per la Quaresima 2017 di Papa Francesco: 
La Parola è un dono. L’altro è un dono

Cari fratelli e sorelle,

la Quaresima è un nuovo inizio, una strada che conduce verso una meta sicura: la Pasqua di Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte. E sempre questo tempo ci rivolge un forte invito alla conversione: il cristiano è chiamato a tornare a Dio «con tutto il cuore» (Gl 2,12), per non accontentarsi di una vita mediocre, ma crescere nell’amicizia con il Signore. Gesù è l’amico fedele che non ci abbandona mai, perché, anche quando pecchiamo, attende con pazienza il nostro ritorno a Lui e, con questa attesa, manifesta la sua volontà di perdono (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016).

La Quaresima è il momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l’elemosina. Alla base di tutto c’è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità. In particolare, qui vorrei soffermarmi sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19-31). Lasciamoci ispirare da questa pagina così significativa, che ci offre la chiave per comprendere come agire per raggiungere la vera felicità e la vita eterna, esortandoci ad una sincera conversione.

1. L’altro è un dono

La parabola comincia presentando i due personaggi principali, ma è il povero che viene descritto in maniera più dettagliata: egli si trova in una condizione disperata e non ha la forza di risollevarsi, giace alla porta del ricco e mangia le briciole che cadono dalla sua tavola, ha piaghe in tutto il corpo e i cani vengono a leccarle (cfr vv. 20-21). Il quadro dunque è cupo, e l’uomo degradato e umiliato.

La scena risulta ancora più drammatica se si considera che il povero si chiama Lazzaro: un nome carico di promesse, che alla lettera significa «Dio aiuta». Perciò questo personaggio non è anonimo, ha tratti ben precisi e si presenta come un individuo a cui associare una storia personale. Mentre per il ricco egli è come invisibile, per noi diventa noto e quasi familiare, diventa un volto; e, come tale, un dono, una ricchezza inestimabile, un essere voluto, amato, ricordato da Dio, anche se la sua concreta condizione è quella di un rifiuto umano (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016).

Lazzaro ci insegna che l’altro è un dono. La giusta relazione con le persone consiste nel riconoscerne con gratitudine il valore. Anche il povero alla porta del ricco non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita. Il primo invito che ci fa questa parabola è quello di aprire la porta del nostro cuore all’altro, perché ogni persona è un dono, sia il nostro vicino sia il povero sconosciuto. La Quaresima è un tempo propizio per aprire la porta ad ogni bisognoso e riconoscere in lui o in lei il volto di Cristo. Ognuno di noi ne incontra sul proprio cammino. Ogni vita che ci viene incontro è un dono e merita accoglienza, rispetto, amore. La Parola di Dio ci aiuta ad aprire gli occhi per accogliere la vita e amarla, soprattutto quando è debole. Ma per poter fare questo è necessario prendere sul serio anche quanto il Vangelo ci rivela a proposito dell’uomo ricco.

2. Il peccato ci acceca

La parabola è impietosa nell’evidenziare le contraddizioni in cui si trova il ricco (cfr v. 19). Questo personaggio, al contrario del povero Lazzaro, non ha un nome, è qualificato solo come “ricco”. La sua opulenza si manifesta negli abiti che indossa, di un lusso esagerato. La porpora infatti era molto pregiata, più dell’argento e dell’oro, e per questo era riservato alle divinità (cfr Ger 10,9) e ai re (cfr Gdc 8,26). Il bisso era un lino speciale che contribuiva a dare al portamento un carattere quasi sacro. Dunque la ricchezza di quest’uomo è eccessiva, anche perché esibita ogni giorno, in modo abitudinario: «Ogni giorno si dava a lauti banchetti» (v. 19). In lui si intravede drammaticamente la corruzione del peccato, che si realizza in tre momenti successivi: l’amore per il denaro, la vanità e la superbia (cfr Omelia nella S. Messa, 20 settembre 2013).

Dice l’apostolo Paolo che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10). Essa è il principale motivo della corruzione e fonte di invidie, litigi e sospetti. Il denaro può arrivare a dominarci, così da diventare un idolo tirannico (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 55). Invece di essere uno strumento al nostro servizio per compiere il bene ed esercitare la solidarietà con gli altri, il denaro può asservire noi e il mondo intero ad una logica egoistica che non lascia spazio all’amore e ostacola la pace.

La parabola ci mostra poi che la cupidigia del ricco lo rende vanitoso. La sua personalità si realizza nelle apparenze, nel far vedere agli altri ciò che lui può permettersi. Ma l’apparenza maschera il vuoto interiore. La sua vita è prigioniera dell’esteriorità, della dimensione più superficiale ed effimera dell’esistenza (cfr ibid., 62).

Il gradino più basso di questo degrado morale è la superbia. L’uomo ricco si veste come se fosse un re, simula il portamento di un dio, dimenticando di essere semplicemente un mortale. Per l’uomo corrotto dall’amore per le ricchezze non esiste altro che il proprio io, e per questo le persone che lo circondano non entrano nel suo sguardo. Il frutto dell’attaccamento al denaro è dunque una sorta di cecità: il ricco non vede il povero affamato, piagato e prostrato nella sua umiliazione.

Guardando questo personaggio, si comprende perché il Vangelo sia così netto nel condannare l’amore per il denaro: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24).

3. La Parola è un dono

Il Vangelo del ricco e del povero Lazzaro ci aiuta a prepararci bene alla Pasqua che si avvicina. La liturgia del Mercoledì delle Ceneri ci invita a vivere un’esperienza simile a quella che fa il ricco in maniera molto drammatica. Il sacerdote, imponendo le ceneri sul capo, ripete le parole: «Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai». Il ricco e il povero, infatti, muoiono entrambi e la parte principale della parabola si svolge nell’aldilà. I due personaggi scoprono improvvisamente che «non abbiamo portato nulla nel mondo e nulla possiamo portare via» (1 Tm 6,7).

Anche il nostro sguardo si apre all’aldilà, dove il ricco ha un lungo dialogo con Abramo, che chiama «padre» (Lc 16,24.27), dimostrando di far parte del popolo di Dio. Questo particolare rende la sua vita ancora più contraddittoria, perché finora non si era detto nulla della sua relazione con Dio. In effetti, nella sua vita non c’era posto per Dio, l’unico suo dio essendo lui stesso.

Solo tra i tormenti dell’aldilà il ricco riconosce Lazzaro e vorrebbe che il povero alleviasse le sue sofferenze con un po’ di acqua. I gesti richiesti a Lazzaro sono simili a quelli che avrebbe potuto fare il ricco e che non ha mai compiuto. Abramo, tuttavia, gli spiega: «Nella vita tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti» (v. 25). Nell’aldilà si ristabilisce una certa equità e i mali della vita vengono bilanciati dal bene.

La parabola si protrae e così presenta un messaggio per tutti i cristiani. Infatti il ricco, che ha dei fratelli ancora in vita, chiede ad Abramo di mandare Lazzaro da loro per ammonirli; ma Abramo risponde: «Hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro» (v. 29). E di fronte all'obiezione del ricco, aggiunge: «Se non ascoltano Mosè e i profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (v. 31).

In questo modo emerge il vero problema del ricco: la radice dei suoi mali è il non prestare ascolto alla Parola di Dio; questo lo ha portato a non amare più Dio e quindi a disprezzare il prossimo. La Parola di Dio è una forza viva, capace di suscitare la conversione nel cuore degli uomini e di orientare nuovamente la persona a Dio. Chiudere il cuore al dono di Dio che parla ha come conseguenza il chiudere il cuore al dono del fratello.

Cari fratelli e sorelle, la Quaresima è il tempo favorevole per rinnovarsi nell’incontro con Cristo vivo nella sua Parola, nei Sacramenti e nel prossimo. Il Signore – che nei quaranta giorni trascorsi nel deserto ha vinto gli inganni del Tentatore – ci indica il cammino da seguire. Lo Spirito Santo ci guidi a compiere un vero cammino di conversione, per riscoprire il dono della Parola di Dio, essere purificati dal peccato che ci acceca e servire Cristo presente nei fratelli bisognosi. Incoraggio tutti i fedeli ad esprimere questo rinnovamento spirituale anche partecipando alle Campagne di Quaresima che molti organismi ecclesiali, in diverse parti del mondo, promuovono per far crescere la cultura dell’incontro nell’unica famiglia umana. Preghiamo gli uni per gli altri affinché, partecipi della vittoria di Cristo, sappiamo aprire le nostre porte al debole e al povero. Allora potremo vivere e testimoniare in pienezza la gioia della Pasqua.

03 febbraio 2017

La carmelitana di Fatima verso la beatificazione

Suor Lucia è prossima alla beatificazione. Fatima si sta preparando all'evento. 
Lucia de Jesus (1907-2005) ha vissuto 57 anni di vita carmelitana ed è sepolta nella Basilica della Beata Vergine del Rosario nel Santuario di Fatima, dal 2006.
 Era una dei tre bambini che tra maggio e ottobre del 1917 sono stati testimoni delle sei apparizioni della Madonna nella Cova da Iria, secondo i loro racconti; apparizioni riconosciute dalla Chiesa. Entrata nel Carmelo di Coimbra, suor Lucia morì il 13 febbraio 2005 e il processo per la sua beatificazione fu aperto il 30 aprile 2008.

L'annuncio della imminente conclusione del processo di beatificazione è stato fatto lo scorso gennaio in una dichiarazione della diocesi di Coimbra, La solenne sessione di chiusura del Processo Diocesano di Beatificazione e Canonizzazione della Serva di Dio Lucia de Jesus (che riunisce tutti gli scritti di Suor Lucia, la testimonianza di 60  testimoni ascoltati a riguardo della fama di santità e delle virtù eroiche") si svolgerà il 13 febbraio nel Carmelo di Santa Teresa di Coimbra.
Conclusa la fase diocesana del processo di beatificazione, verrà redatta la 'positio', un compendio di relazioni e studi realizzati dalla commissione giuridica, da un relatore nominato dalla Congregazione per le Cause dei Santi (Santa Sede).

La Sessione di Chiusura, aperta alla partecipazione dei fedeli, che si terrà nel Carmelo di Santa Teresa a Coimbra il prossimo 13 febbraio, inizia alle ore 17.00  seguita da una Messa di ringraziamento.
A maggio arriverà a Fatima per il centenario delle apparizioni,anche Papa Francesco,  quarto capo della Chiesa Cattolica a visitare Fatima, dopo Paolo VI (1967), Giovanni Paolo II (1982, 1991 e 2000) e Benedetto XVI (2010). Come Paolo VI la visita si concentrerà esclusivamente alla Cova da Iria, dove il 13 maggio 2013 l'allora Cardinale Patriarca di Lisbona, Mons. José Policarpo, aveva consacrato il pontificato del Papa argentino alla Vergine Maria.

02 febbraio 2017

16 gennaio 2017

Seguimi!

Ogni vocazione è un evento personale e originale, ma anche un fatto comunitario ed ecclesiale. Nessuno è chiamato a camminare da solo. Ogni vocazione è suscitata dal Signore come dono per la comunità cristiana, che deve poter trarne vantaggio... 
E' soprattutto a voi giovani che vorrei rivolgermi: Cristo ha bisogno di voi per realizzare il suo progetto di salvezza! Cristo ha bisogno della vostra gioventù e del vostro entusiasmo generoso per annunciare il Vangelo! Rispondete a questa chiamata col dono della vostra vita a Dio e ai fratelli. Abbiate fiducia in Cristo. Non deluderà i vostri desideri e i vostri progetti, anzi li riempirà di senso e di gioia. Ha detto: "Io sono la Via, la Verità e la Vita" (Gv 14,6). 

Aprite con fiducia il vostro cuore a Cristo! La sciate che la sua presenza si rafforzi in voi con l'ascolto quotidiano e pieno di adorazione delle Sacre Scritture, che costituiscono il libro della vita e delle vocazioni realizzate.
San Giovanni Paolo II (1920-2005)

09 gennaio 2017

Il carmelitano che piangeva per i poveri

Oggi l'Ordine carmelitano festeggia S. Andrea Corsini, uno dei rappresentante del Carmelo precedente la riforma Teresiana. 
Fiorentino, di cui non è nota la data di nascita, il giovane Andrea, un giovane ribelle della famiglia Corsini  che "udì il soffio dello Spirito", e un irresistibile richiamo alla mistica pace del Carmelo.
A uno zio che tentava di riportarselo a casa, prospettandogli un eccellente matrimonio, rispose: "Che ne farei di questi beni, se poi non avessi la pace del cuore?". Andrea nascondeva sotto il saio un cilicio, ancora conservato, tutto irto di punte di ferro, e andava di porta in porta a chiedere l'elemosina, senza evitare quelle case in cui un tempo si recava a far baldoria con gli amici.  
Vestì l'abito carmelitano nel convento fiorentino dei frati (diciottesimo tra cinquantadue religiosi)  e, dopo l'ordinazione sacerdotale,  fu inviato a completare gli studi a Parigi. Tornò nel periodo della peste. Nel 1348 fu nominato provinciale della Provincia toscana dal capitolo generale celebrato a Metz. Intanto il vescovo di Fiesole colpito dalla peste morì e cominciò a diffondersi la voce che p. Andrea dovesse succedergli. Il frate allora cercò di sottrarsi all'incarico, di cui si reputava indegno, e si rifugiò in un lontano eremo, ma il suo nascondiglio venne scoperto da un fanciullo. padre Andrea interpretò quell'episodio come un invito all'obbedienza e accettò la nomina. Eletto vescovo di Fiesole il 13 ottobre 1349, resse la diocesi con grande carità e si distinse per lo zelo apostolico, la prudenza e l'amore verso i poveri. 
E' scritto di lui: «Non poteva pensare ai poveri senza piangere». Egli stesso, con le proprie mani, distribuiva il pane ai bisognosi. Si attirò stima e simpatia da parte di tutti. Molti, ricchi e meno ricchi, venivano a lui per ritrovare la pace dopo anni di lotte e di odi che distruggevano famiglie e città. Egli «comprimeva i germi dell'odio con amichevoli colloqui e in pubblico predicava sulla carità cristiana e sulla concordia. Accorrevano ad ascoltarlo dalle campagne e dalla stessa Firenze». Morì il 6 gennaio 1374 Fu canonizzato il 29 aprile 1629.La Chiesa lo ricorda il 6 gennaio, mentre i Carmelitani Scalzi ne fanno memoria il 9 gennaio.Le sue spoglie sono custodite nella Cappella Corsini della Basilica di Santa Maria del Carmine di Firenze.