05 gennaio 2013

I TRE RE



                                        I TRE RE (MAGI)

di  S. Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein)
scritto nel 1942 pochi mesi prima della morte della carmelitana scalza di origini ebree nel campo di concentramento di Auschwitz

Quanto grande deve essere stata la gioia della Vergine Madre quando vide avvicinarsi lo splendido corteo dei Tre Re Magi.
Questo era il compimento di ciò per cui aveva pregato durante tutta la sua vita, era ciò che il profeta regale aveva predetto: «Reges Arabum et Saba dona adducent».
Ora, primi tra i gentili, vengono con i loro doni; altri li seguiranno, finché si realizzerà che tutti i popoli adorino l’Unico Dio in spirito e verità. E con gli occhi dello spirito [Maria] vide venire un altro corteo: una moltitudine che nessuno può contare; tutti coloro che ella stessa – lei, madre del Divin Bambino e regina del suo regno futuro – avrebbe chiamato a seguire suo figlio.


[Vide che] anch’essi avrebbero portato doni – doni più preziosi dell’oro splendente e dell’incenso profumato e della mirra pregiata: un cuore libero e distaccato da ogni bene terreno, quindi puro come l’oro; una volontà che si consuma nell’abbandono alla volontà di Dio e che si innalza fino a Lui come incenso dal profumo soave; un’anima che ha vinto le sue passioni e si preserva dalla corruzione mediante la mirra della mortificazione. Questo è quanto Maria chiederà ai suoi figli e quanto il Figlio consiglierà ai suoi amici: la via della povertà, dell’obbedienza e della purezza. Essi lo devono chiedere poiché è la via che essi stessi hanno scelto. E [i discepoli] la devono percorrere, poiché essa è la strada regale verso la perfezione, mostrata dalla stessa Santissima Trinità.
Com’è possibile parlare della povertà di Dio? Non è ricco oltre ogni ricchezza del mondo, l’unico proprietario di tutto ciò che esiste? E tuttavia: tutto ciò che esiste – non solo tutto ciò che è stato creato, ma anche il suo stesso essere – l’eterno Padre lo dona al Figlio; il Figlio lo accetta per ridonarlo al Padre; ed entrambi lo lasciano scorrere nello Spirito Santo. Le persone divine “posseggono quindi come se non possedessero” nella perfetta libertà che è “la perfetta povertà di spirito”. E ciò è quanto s’intende per pratica della virtù della povertà e per voto di povertà.
Sarebbe possibile parlare anche dell’obbedienza di Dio?
Sappiamo bene che la Parola divina, nella sua esistenza umana, ha praticato perfettamente l’obbedienza. È venuto in questo mondo per compiere la volontà di suo Padre. Per questo si è sottomesso ai genitori ai quali Dio lo aveva affidato, e a quelle autorità alle quali Dio aveva dato potere. Ma Dio stesso, il Signore di tutti i signori, in che senso è obbediente? L’obbedienza è la libera sottomissione di una volontà a un’altra volontà, così che quelle due volontà sono per così dire una sola volontà. Solo un essere che abbia potere sulla propria volontà, cioè una persona, può obbedire. Ciò che non è libero, non è in condizioni di farlo. Nella Santissima Trinità ci sono tre persone dalla libertà illimitata, eccelsa; quelle tre hanno però una sola volontà. Si può ancora parlare di obbedienza? C’è sì una sola volontà, ma sono tre a volere; e ogni persona divina vuole ciò che vogliono le altre. Quello che si
intende per obbedienza delle creature, l’unità di diverse persone in un’unica volontà, è qui superato e compiuto in maniera irraggiungibile. Così come la povertà delle persone divine è un possedere, come se non possedessero – una libertà perfetta nei confronti di tutto ciò che è –, così l’obbedienza divina è la perfetta libertà delle persone da se stesse e dalla propria volontà nell’abbandono alla volontà l’uno dell’altro. Il Dio che è amore vive in questo abbandono.
Dio come modello di purezza, questo sembra quasi scontato. Puro è colui che conserva il proprio essere libero da ogni contaminazione e falsificazione. Tale è l’essere divino a causa della sua natura. È immutabile, inaccessibile a ogni influsso che non sia se stesso, vale a dire tutto ciò che è creato. Rimane sempre lo stesso, puro e separato da tutto ciò che è altro in se stesso. Quando due persone sono unite da un amore terreno, sono «due in una sola carne»; e ciò non indica solamente un’unione corporale, ma anche un legame delle anime che fa sì che si cambino vicendevolmente.
Può essere che esse in un certo senso diventino conformi l’una all’altra. Ma può anche accadere che uno dei due diventi dipendente dall’altro in una specie di assoggettamento, come anche è possibile che lo diventino ambedue; in questo caso la natura subisce violenza. E anche in caso di conformità, possono deviare entrambi dal proprio essere, al punto da non essere più ciò che per la volontà di Dio dovrebbero essere. Il «due in una sola carne» si riferisce nella Sacra Scrittura al matrimonio. Ora, nel matrimonio, la purezza non è affatto esclusa, piuttosto esiste un genere particolare di purezza che deve essere esercitata nel matrimonio. Nel matrimonio autentico gli sposi sono un cuore solo, e più passa il tempo, più si rassomigliano, ma non a scapito del proprio essere, che sboccia invece per mezzo di questo legame: l’uomo – come ogni essere vivente – non viene al mondo già sviluppato, ma ha bisogno di tempo e di circostanze favorevoli per divenire ciò che deve essere. E per questo sviluppo niente è più importante delle persone del suo ambiente. Il matrimonio, che «viene contratto in cielo», è un eccellente fondamento per lo sbocciare dell’essere individuale, anima e corpo. La ragione di ciò è però la subordinazione del legame reciproco di queste due persone al loro legame con Dio, legame a cui è ordinato il fine divino del matrimonio.
Dicevamo che Dio è separato da ogni creatura e non può venire influenzato da queste. Eppure c’è un legame tra Dio e l’uomo, e questo legame è il fine ultimo ed eccelso dell’esistenza umana, la beatitudine e il compimento dell’uomo. Per questa ragione non cambia alcunché nell’essere divino, ma per mezzo di questa «unione trasformante» l’essere individuale dell’uomo raggiunge la sua perfezione. E chi è unito a Dio in questa maniera, è anche unito in Dio agli altri uomini, senza per questo subire danni al proprio essere.
Cristo ha benedetto il matrimonio, ma ha invitato i suoi discepoli alla purezza verginale, come la esercitarono egli stesso e madre. San Paolo ha approvato il matrimonio, ma ha detto che sarebbe meglio non sposarsi. Il cuore della donna sposata è diviso tra Dio e lo sposo, il cuore della vergine appartiene tutto quanto a Dio. È vero che la verginità deve essere consacrata a Dio, altrimenti è vana e sterile, ma se una vergine si dona a Dio con tutte le sue forze e capacità, in lei può fluire la vita divina; può raggiungere la perfezione del proprio essere e soprattutto essere elevata alla vita della santa Trinità. Perdendo se stessa in Dio, non perde alcunché della sua natura, ma guadagna in perfetta purezza. Il re stesso, poiché desidera la sua bellezza, porterà a compimento questa bellezza. Egli lo può fare se lei è totalmente nelle sue mani; e per questo Egli desidera la donazione totale.
Il re dei re ci si mostra oggi nelle dolci sembianze di un tenero bambino nelle braccia della Vergine Madre. Egli accetta l’omaggio dei re che vengono dall’Oriente e insieme al loro omaggio vuole accettare anche il nostro. In umiltà Gli portiamo i semplici doni dei nostri voti, ben sapendo che solo per la sua forza siamo in grado di adempierli; e noi ci attendiamo, come contraccambio regale, l’eterna vita divina.