02 dicembre 2012

… Una voce! Il mio diletto! Eccolo, viene.

Meditazione sull'Avvento
di P. Enzo Caiffa ocd

L’Avvento è il periodo dell’anno liturgico che apre il ciclo delle celebrazioni del mistero di Cristo. Ha come punto di riferimento il Natale di Cristo, sia la venuta storica sia quella escatologica (la sua venuta finale, nella gloria). Se prestate attenzione alla Liturgia, notate che il tempo d’Avvento è diviso in due momenti: fino al 16 dicembre si parla della venuta del Signore nella gloria, dal 17 al 24 dicembre si attende la sua venuta storica. Due “avventi” che sono connessi fra loro.
La scelta del tema di meditazione parte da qui: la venuta di Cristo.

Parleremo della sua venuta leggendo il Cantico dei Cantici e in particolare il capitolo 2, dal versetto 8 al versetto 16. L’Avvento è, dunque, un tempo sotto il segno dell’Attesa. In questo momento lo stiamo aspettando. In questo momento potrebbe arrivare… Una voce! Il mio diletto! Eccolo, viene



Tra la prima e la seconda venuta di Cristo si colloca la vita della Chiesa che celebra il Mistero di Cristo, nel presente. Sappiamo che il Signore sta arrivando per ciascuno di noi. Per me, oggi. È l’oggi della sua venuta.

Con quale atteggiamento si vive il tempo dell’attesa? Il silenzio. Non è un silenzio penitenziale, un isolamento totale, ma è un silenzio di ascolto perché in ogni momento Lui viene e mi può parlare. Ricordate l’episodio di Zaccheo? Il pubblicano ha sentito parlare di Gesù e incuriosito per vederlo bene tra la folla, poiché è piccolo di statura, decide di salire su un sicomoro. Gesù passa, alza lo sguardo, lo vede e lo chiama: “Zaccheo scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5).

Che cosa significa questo racconto evangelico? Che Gesù in ogni momento può passare, sfiorarci e chiedere di fermarsi nella nostra casa. Dobbiamo essere pronti ad aprirgli.

L’Avvento è vivere con consapevolezza quest’attesa non di una momentanea, ma di una sua costante manifestazione. Io devo essere attento/a in attesa di Lui, sempre.

Quando dopo la consacrazione, durante la Messa, recitiamo “Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione in attesa della tua venutaintendiamo proprio questa sua manifestazione. Ed è proprio nel Mistero Eucaristico che la venuta storica e quella escatologica si rendono presenti. L’Eucaristia è l’anello di congiunzione, è una delle visite che Gesù fa all’anima. È la sua venuta attraverso il Sacramento. E allora, come la Santa Madre Teresa insegna, dobbiamo approfittare di questo momento, del suo farci vivere la Sua presenza, offrendosi al colloquio amoroso, all’intima amicizia di cui parla Teresa di Gesù.

In qualsiasi momento, come si legge nell’Apocalisse (3,20), Gesù può bussare alla porta della nostra anima e allora? Come gli andiamo incontro, con che spirito apriamo la porta?

Facciamoci guidare da alcune figure bibliche:

 ISAIA. È il suo profeta. Lo ascolta e lo annuncia.

GIOVANNI BATTISTA. Riconosce Gesù e lo annuncia come l’Agnello.

MARIA. L’angelo arriva da Lei, annuncia la venuta di Cristo e Lei lo accoglie: “Eccomi sono la serva del Signore”.

Il Signore è alla porta e bussa.
Noi speriamo in quest’incontro ed è questa la speranza che ci salva. È il messaggio dell’Enciclica del Santo Padre Benedetto XVI (Spe Salvi). Siamo salvi perché poniamo il nostro fine in Cristo[1]. Perché sappiamo che oggi lo devo incontrare. E l’incontro con Lui, come c’insegna San Giovanni della Croce, è trasformante.

Analizziamo ancora il passo dell’Apocalisse che ci dice: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”

Gli fa eco il versetto del Cantico dei Cantici “Io dormo, ma il mio cuore veglia. Un rumore! È il mio diletto che bussa: Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba…”(5, 2).

E ancora dall’Apocalisse “Ecco, io verrò presto …” (22,12).

La porta antica si apriva solo dall’interno. Non si poteva entrare se non c’era qualcuno in casa. Dall’esterno si poteva soltanto bussare. È l’immagine del Signore che chiede di entrare nella nostra anima e aspetta che siamo noi ad aprirgli. Aprirgli è manifestargli la volontà di accoglierlo. Come Maria. Il suo “eccomi” equivale al nostro “vieni”.

Nel Cantico dei Cantici lo Spirito e la Sposa dicono VIENI

Chi ascolta la voce del Signore dice VIENI

Leggiamo il Cantico dei Cantici Cap. 2 ai versetti 8-16

Una voce! Il mio diletto!

Eccolo, viene / saltando per i monti,

balzando per le colline.

Somiglia il mio diletto a un capriolo

o ad un cerbiatto.

Eccolo, egli sta

dietro il nostro muro;

guarda dalla finestra,

spia attraverso le inferriate.

Ora parla il mio diletto e mi dice:

“Alzati amica mia, mia bella, e vieni!

Perché ecco,l’inverno è passato,

è cessata la pioggia, se n’è andata;

i fiori sono apparsi nei campi

il tempo del canto è tornato

e la voce della tortora ancora si fa sentire

nella nostra campagna.

Il fico ha messo fuori i primi frutti

e le viti fiorite spandono fragranza.

Alzati amica mia, mia bella, e vieni!

O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

mostrami il tuo viso,

fammi sentire la tua voce,

perché la tua voce è soave,

il tuo viso leggiadro”.

Prendeteci le volpi,

le volpi piccoline che guastano le vigne,

perché le nostre vigne sono in  fiore.

Il mio diletto è per me e io per lui.

Egli pascola il gregge fra i gigli.

Lo Sposo è il Signore, la sposa è la Chiesa, il popolo di Dio. Ma è anche la nostra anima. Allora proviamo a rileggere il brano, immaginando di essere chiusi in casa, nella nostra casa, in silenzio, e di sentire all’improvviso una voce…è proprio lui, Gesù. È lui che amandoci ci cerca, non riesce a contenere il suo amore per noi, a prolungare l’attesa. San Giovanni della Croce dice “Non è tanto l’anima a cercare Dio quanto Dio a cercare l’anima”. Eccolo, egli sta dietro il nostro muro. Ci cerca e aspetta alla porta una nostra risposta.

Sarà successo così a Maria. Il Signore si è manifestato attraverso l’angelo, attendendo il suo consenso.

Attende, allo stesso modo, il nostro “Sì”,  mentre guarda dalla finestra, spia attraverso le inferriate.

Poi ci chiama e ci dice che la natura sta rinascendo, dopo l’inverno dell’umanità, dopo i nostri momenti difficili. I fiori sono apparsi nei campi,  sono i fiori della speranza (in Matteo leggiamo che il fico mette i suoi frutti). Il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. È un canto che intenerisce il cuore di Dio. È la Primavera, la vita che rinasce.

Il simbolo natalizio dell’albero, per esempio, pieno di colori e di luci, è il simbolo della gioia primaverile. Così come la culla di Betlemme può diventare il mio cuore, anche se è povero com’era povera e fredda la grotta in cui nacque Gesù.

Torniamo al Cantico.

Ora è Gesù a rivolgersi a noi: “O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi” mostrati, dimmi il tuo sì d’amore, come lo disse Maria. La colomba nella fenditura della roccia è l’anima raccolta, chiusa nella sua stanza, in silenzio, in ascolto, in attesa del suo Signore. Per il carmelitano la fenditura è il simbolo del distacco dal mondo, il raccoglimento teso all’ascolto dell’essenziale.

Il paragone con la natura è bellissimo: l’anima si apre a Dio, come il fiore apre la corolla al bacio del sole.

Il “Sì” diventa la nostra offerta alla volontà di Dio. È l’esempio della candela messa contro i raggi del sole: la sua fiamma si annulla, diventa un tutt’uno con la luce solare. Così l’anima che si conforma alla volontà di Dio s’immerge in Lui e si trasforma.

È tutta la Trinità a congiungersi all’anima in una santa unione nuziale, al momento del “sì”, come riempì di sé Maria, dopo l’annuncio dell’angelo.

La Madonna è il modello per ogni anima, al punto da far esclamare a Teresa di Gesù Bambino: “Ciò che la Vergine ha in più rispetto a noi, è che non poteva peccare, che era esente dalla macchia originale, ma d’altra parte ha avuto meno fortuna di noi, perché non ha avuto una Santa Vergine da amare; ed è una tale dolcezza in più per noi e una tale dolcezza in meno per lei!”.

È Maria a mostrarci come accogliere il “diletto”.

Nel cantico Spirituale San Giovanni della Croce racconta come l’anima cerca il suo Sposo: siamo noi gli sposi dell’Amato.

Sant’Ireneo dice “La gloria di Dio è l’uomo vivente”

E nel Carmelo? Noi carmelitani siamo sposi del Signore. Dovremmo sentirci tutti così. Nel Carmelo si vive proprio l’attesa del Signore, il desiderio di testimoniare l’imminenza di quest’incontro. Il Carmelo figlio dei profeti si riallaccia all’Antico Testamento, all'attesa, ad un mistero da compiersi, giorno per giorno. In noi carmelitani l’attesa dell’Amato è l’unica grande occupazione. Non un’occupazione fine a se stessa. Sappiamo del resto che siamo chiamati a stare con Lui, all’intima unione con il nostro Signore. Interrogati dovremmo rispondere: Siamo qui, aspettiamo il Signore. Lui solo, Lui sempre, Lui dappertutto. Ecco perché la mia casa deve respirare la sua presenza. La mia anima deve essere pronta ad accoglierlo.

La preghiera della beata Elisabetta della Trinità rispecchia la percezione di quest’attesa e di quest’unione profonda con il Signore, che diventa unione nuziale, come si diceva prima, nella Trinità.

Rileggiamola in questa luce:

O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi completamente, per fissarmi in Te, immobile e tranquilla, come se la mia anima fosse già nell'eternità.

Nulla possa turbare la mia pace né farmi uscire da Te, o mio Immutabile, ma che ogni istante m'immerga sempre più nella profondità del tuo Mistero. Pacifica la mia anima, rendila tuo cielo, tua dimora prediletta, luogo del tuo riposo.

Che non ti ci lasci mai solo, ma che sia là tutta, interamente desta nella mia fede, tutta in adorazione, pienamente abbandonata alla tua azione creatrice.                    

O mio Cristo amato, crocefisso per amore, vorrei essere una sposa per il tuo Cuore, vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti fino a morirne.

Ma sento la mia impotenza, e ti chiedo di "rivestirmi di te", d'identificare la mia anima a tutti i movimenti della tua anima, di sommergermi, d'invadermi, di sostituirti a me, affinché la mia vita non sia che un'irradiazione della tua vita.

Vieni in me come adoratore, come Riparatore e come Salvatore.

(è il grido della Chiesa: Vieni in me, Vieni Signore Gesù!)

 O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarti, voglio rendermi perfettamente docile per imparare tutto da Te. 

Poi, attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze, voglio sempre fissare Te e restare sotto la tua grande luce.

O mio Astro amato, affàscinami perché non possa più uscire alla tua irradiazione. Fuoco consumante, Spirito d'amore, "discendi in me", affinché si faccia nella mia anima come una incarnazione del Verbo e io gli sia una umanità aggiunta nella quale Egli rinnovi tutto il suo Mistero.

E Tu, o Padre, chinati sulla tua povera piccola creatura, "coprila della tua ombra", e non vedere in lei che "il Diletto nel quale hai posto tutte le tue compiacenze".

O miei Tre, mio tutto, mia beatitudine, solitudine infinita, immensità in cui mi perdo, mi abbandono a Voi come una preda.

               (Dio incontra la sua creatura nella solitudine, nel raccoglimento

L’anima è la colomba nella fenditura)

Seppellitevi in me perché io mi seppellisca in Voi, in attesa di venire a contemplare nella vostra luce l'abisso delle vostre grandezze.

 La preghiera della beata Elisabetta è una sintesi bellissima della vita e della vocazione carmelitana. Come spiega il vangelo di Giovanni (15,5) solo in Lui possiamo tutto.

Il dialogo dello Sposo con la sposa è la preghiera che come spiegava S. Teresa di Gesù è “la porta di tutte le grazie”. Ogni giorno lo Sposo chiama. L’anima deve rispondere. Bisogna vivere ogni giorno tendendo a quella vetta che è Dio.

Il cuore di Dio vedendo la fedeltà dell’anima si commuove, si colma di tenerezza per l’anima, anche se è piena di miseria. Ciò che conta è abbandonarsi a Lui senza misura, senza resistenze.

I nostri santi esprimono appieno il clima dell’Avvento, la passione di vedere Dio, il suo desiderio insaziabile: il Carmelo ha fatto suo questa disposizione.

Ci aiuta una poesia di S. Teresa di Gesù (Esclamazioni, n.6) in cui tra l’altro la S. M. Teresa scrive: “Delizia mia, Signore del creato e Dio mio, fino a quando dovrò aspettare di vedervi di presenza?”
Diciamo allora: “Vieni Signore Gesù!”. Aspettiamolo!


Meditazione sull’Avvento di p. Enzo Caiffa ocd  15 dicembre 2007
(per la riproduzione citare la fonte e il sito da cui è tratta)
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PER APPROFONDIRE:

Cantico dei Cantici. Leggerlo integralmente, soffermarsi sui versetti 2, 8-16

Benedetto XVI, Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2007

Luca 19, 1-10

Apocalisse 3 20;  22, 12

Lettera ai Galati 4,4-5

Matteo 24,32-33

San Giovanni della Croce, Cantico Spirituale 1, 6-8

Giovanni 15,5

Santa Teresa di Gesù, Esclamazioni dell’anima a Dio n. 6, 1-3



[1] Scrive il PapaNoi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l'universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere. Proprio l'essere gratificato di un dono fa parte della speranza. Dio è il fondamento della speranza – non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l'umanità nel suo insieme. Il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell'intimo aspettiamo: la vita che è “veramente” vita.” (Spe Salvi, n. 31).