07 aprile 2013

La Domenica della Misericordia


LA MISERICORDIA DI DIO 
NELLA VITA DI S. TERESA DI GESU’
Conferenza di p. Vincenzo Caiffa, OCD
del 28 febbraio 2010

Il tema che sono stato invitato a svolgere è il Messaggio contenuto nel “ Libro della Vita” di Santa Teresa di Gesù.
In una lettera scritta a Don Pedro Castro, del 19 novembre 1581 quasi al termine della sua vita, la Santa, parlando del suo libro, dice:“ Com’è grande la misericordia di Dio! Ecco che il racconto delle mie infedeltà ha spinto al bene Vostra Grazia! E ciò non è senza motivo, per avermi lei vista libera dall’inferno da me tante volte meritato. Per questo ho intitolato il libro le misericordie di Dio. Sia per sempre benedetto”. In questa luce scopriremo che tutto il libro è un messaggio. 

Teresa di Gesù ci accoglie con il suo sorriso e la sua luce. È lei che ci parla, è lei che soavemente ci spiega il Tutto della vita: Dio. Ella ci parla di Dio e quindi di se stessa, di noi, del mondo, di tutto. Dio è il suo tutto e il nostro, se lo accogliamo, se lo lasciamo fare quello che vuole. Inoltre come ogni buon mistico, Teresa di Gesù, è donna di autenticità, ben radicata nel reale e nel sostanziale, sobria nella propria vita spirituale infatti così si esprime: “ Il Signore ci liberi da devozioni alla sciocca” (V 13,16). Ecco quello che Teresa ci vuole dire: Dio è la prima parola della vita, della storia, sua e nostra. Dio è il suo e nostro dramma. Dio è la sua soluzione. Teresa di Gesù, quale maestra di vita spirituale, ci aiuta a realizzare il nostro compito come credenti. Ossia, per esprimerci con le sue stesse parole, ci spiega autorevolmente “quali dobbiamo essere” per vivere con responsabilità la nostra vocazione cristiana. 
Teresa non ha altra prospettiva che quella della sua fede cristiana, illuminata e approfondita dalla propria ricca esperienza mistica. Essere cristiano significa per lei semplicemente e chiaramente vivere in pienezza la nostra relazione costitutiva con Dio. Teresa centra il suo interesse sull’uomo cogliendolo nel suo processo verso la propria piena realizzazione e lo contempla nella prospettiva di Dio, perchè Dio è la parola che illumina l’uomo. Il Dio di Teresa è il Dio biblico, presenza operante di salvezza: Dio come grazia. Ed è presenza ininterrotta, che agisce sempre con o contro l’uomo; comunque lo precede sempre. È un Dio desideroso di trovare chi voglia riceverlo, perché necessitato, bisognoso di dare. Dio si rivela operando salvezza. Teresa, conosce Dio attraverso ciò che Egli compie in lei. La modalità con cui Dio si dona e agisce è del tutto secondaria; mentre e assolutamente importante ed essenziale che Dio, donandosi, ricrea l’uomo e lo renda capace del dono-risposta. Dio si da a tutti senza distinzione e si da come Dio, senza misura. Egli, dice la santa: “ama molto che non si pongano limiti alle sue opere”
Tale visione di Dio incide indubbiamente nella vita spirituale dell’uomo, intesa appunto come risposta. Anzi la determina e la caratterizza in un duplice senso: anzitutto porta la persona a situarsi davanti a Lui in atteggiamento recettivo, di povertà, “poiché tutto quello che possediamo l’abbiamo ricevuto da Lui”. Noi glorifichiamo Dio accogliendo quanto Lui ci dona, permettendogli di donare. In secondo luogo perché questa visione di Dio ci colloca subito davanti all’essenza della vocazione cristiana, che consiste nel rispondere personalmente a Lui con assoluta gratuità. “Perché sia vero e l’amicizia duratura occorre parità di condizioni” (V 8,5). Nei confronti di un Dio che si da, l’uomo non può rispondere sostituendo il dono di se stesso con altre cose, fosse pure l’esercizio di certe pratiche.  Non si accoglie Dio se non dando se stessi stabilendo una relazione interpersonale di accoglienza e di dono-risposta. È questo il contenuto dell’idea teresiana: accoglienza di Dio e offerta di sé a livelli sempre più profondi e intimi. In tal modo le relazioni interpersonali crescono in interiorità. Senza una simile visione di Dio non è possibile un progetto di vita cristiana perché si rimarrebbe ciechi su se stessi. 
Occorre però andare oltre. La scoperta di un Dio che dà, che si dà, e comunica grazia agisce sull’uomo con una provocazione di fedeltà. Quanto più siamo consapevoli di ricevere tutto da Dio, tanto più siamo sollecitati a fare della nostra vita un dono gratuito. Teresa lo afferma nel libro della sua vita: “Amore chiama amore” (v 22,14). Ossia l’amore passivo, che io ricevo, genera l’amore attivo con cui rispondo. Il sapersi amati da Dio suscita potenziali di fedeltà che, altrimenti, rimarrebbero eternamente sopiti. Occorre tener presente il vertice spirituale in cui Teresa si trova quando riceve il comando di prendere in mano la penna per scrivere ciò che Dio ha compiuto in lei e spiegare come si è andata intessendo il suo rapporto con Lui. In questa fase del suo percorso spirituale ella è ormai pienamente soggiogata da Dio. Teresa è il risultato di quanto Dio è andato e va operando in lei giorno dopo giorno. Tutto il resto non esiste più, perché Teresa non lo vive. Dio è il tutto per lei. Se per Teresa è giunto il momento di sperimentare l’azione di Dio e la capacità ti poterla esprimere è perché alle sue spalle sta un percorso, lungo quanto la vita in cui Dio è andato operando in lei una salvezza. Scrive la storia di grazie con cui Dio ha accompagnato i suoi passi nel cammino della vita. Teresa sa da sempre, che l’uomo è chiamato ad essere buono, a realizzare quella perfezione per cui si nasce. È questo il filo con cui andrà intrecciando con spontanea semplicità i piccoli e i grandi avvenimenti della sua vita. 
La narrazione di Teresa, sfocia subito sull’altro estremo, Dio, che apre all’uomo la strada per essere buono. Ciò spiega radicalmente il caso teresiano: “ Per essere buona mi sarebbe bastato… di essere stata da Lui tanto favorita” (V 1,1). Il Dio che la favorisce è subito al centro della sua narrazione perché, con sguardo retrospettivo, lo trova già al centro della sua vita. La sua è la nostra vita sono piene della presenza di Qualcuno che la va costruendo. Solo se ci sottomettiamo amorosamente, in attività passiva, a Lui, ci sarà possibile portare a pieno compimento la nostra vocazione umana. Dio è la sostanza e la radice, il centro del nostro essere e della nostra storia. Accettarlo è già cominciare ad essere. Teresa lo afferma, dando testimonianza della sua vita nei primi dieci capitoli del “libro della Vita”dove parla dei suoi peccati, di fronte ai quali non mette né sé stessa né noi in contemplazione della sua miseria, bensì esprime una confessione che va considerata, ricordando sempre che vi è in lei una presenza, da lei stessa avvertita: la presenza del Signore. Egli è anzitutto e principalmente la Presenza che si offre a Teresa già prima di iniziare la propria strada e che l’accompagna in tutte le tappe del cammino, fino a coronare il traguardo con una pienezza di dominio salvifico. Dio è la parola di Teresa, percepita più e ancora meglio che pronunciata. 
È il racconto di una peccatrice che si sente cercata da Dio, ed avverte la crescente necessità di gridare la Verità. 

La sua esperienza di adolescente, di giovane, di giovane religiosa, è tutta permeata dalla consapevolezza di sentirsi povera, peccatrice, miserabile ma creata dal Signore. E proprio la consapevolezza di essere cercata da Lui la rende capace di afferrare tutta la profondità della sua miseria, di ciò che lei chiama i suoi peccati, scrive. Scrive: “O mio Signore e mio Bene, non è senza lacrime e grande gioia della mia anima che io ricordo questa cosa! Possibile, Signore, che amiate tanto di starvene con noi?... E’ mai possibile, Signore, che un’anima, dopo aver ricevuto così grandi gioie e favori, e compreso che voi vi deliziate con lei, torni ancora ad offendervi e dimenticare tante grazie e così grandi prove di amore di cui non può dubitare per vederne chiaramente in se stessa le opere? Purtroppo si, o Signore! Io sono quest’anima, io che vi ho offeso, e non solo una volta ma molte. Piaccia alla vostra Bontà che sia soltanto io la sconoscente, io sola che sia caduta in così mostruosa ingratitudine e malvagità! Da ciò la vostra infinita clemenza ha già ricavato del bene, perché dove più grande è la miseria, più risplendono i benefici delle vostre misericordie. Oh, le vostre misericordie, con quanta ragione io dovrei sempre cantarle! Signore datemi di poterle cantare in eterno, giacché vi siete compiaciuto di prodigarmele con tanta munificenza da meravigliare tutti coloro che lo vedono… Senza di voi o mio Bene, io non posso fare altro che sradicare di nuovo i fiori del mio giardino, e ricondurre questa mia terra miserabile allo stato di un letamaio come prima. Ma non permettetelo Signore. Non permettete che vada perduta quest’anima che, redenta un giorno con tanti vostri dolori, avete poi riscattata tante altre volte e strappata di bocca al dragone infernale” (V 14,10). 
Per Teresa guardare i propri peccati in tale prospettiva significa guardare il Signore. La seconda parte della vita, che va dal capitolo 23 sino alla fine è quella in cui la Santa parla delle misericordie di Dio. E’ importante sottolineare che, all’inizio del capitolo 23, Teresa scrive “da qui innanzi sarà un libro nuovo, voglio dire una vita nuova, perché quella che finora ho descritta era la mia, questa che ho vissuto da quando ho incominciato a parlare di orazione, è Dio che vive in me” (V 23,1). 
Abbiamo dunque un binomio: la storia dei suoi peccati, che è la sua vita, e la storia delle misericordie del Signore. Anche in questa prospettiva il dilagare di Dio nella sua esistenza viene raccontato dalla Santa, a livello esperienziale e ci mostra una creatura continuamente macerata dalla consapevolezza della gratuità dei doni di Dio e della propria indegnità di peccatrice: il Signore la invade e mentre trasforma la peccatrice in amica, la lascia nella sua radicale povertà, perchè abbia a risplendere la sua misericordia. “ Signore badate bene a quel che fate! Non dimenticatevi così presto dei miei gravissimi peccati! Se li avete dimenticati per darmene il perdono ricordatevene almeno ora per porre un limite alle vostre grazie! O mio Signore non versate liquore cosi prezioso entro un vaso tanto guasto, avendo già veduto altre volte come io l’abbia sciupato” (V 18,4). 
Teresa introduce nella scena della sua vita Colui che diverrà progressivamente il protagonista gigantesco della sua vita. Per lei l’unico fatto importante è Dio. Anzi, Egli è già presente quando Teresa prende coscienza di se: “Voi Signore non avete tralasciato nulla per rendermi subito tutta vostra” (V 1,8). Dio le si fa presente come colui che si dona a lei perché lei si dia a Lui: Dio donandosi, rende possibile il contraccambio, affinché la persona umana possa cosi realizzare la propria vocazione. Sono queste le coordinate che spiegano la vita di Teresa e che acquisteranno col tempo una consistenza sempre più vigorosa e un profilo più nitido. La rivelazione di Dio comporta ed è rivelazione del destino personale; nello stesso tempo è dono e forza per una risposta personale e generosa. Dio si manifesta nell’intimo come amore che si traduce in risposta, anzi, prima ancora, in capacità di risposta: Dio si rivela operando una viva comunicazione di se. Scrive: “Tanto presto, Signore, avete cominciato ad attirarmi e a chiamarmi affinché tutta mi occupassi di Voi!  (E 4) “ Vidi chiaramente quanto Dio aveva fatto e i mezzi efficacissimi da Lui adoperati per attirarmi a se fin dall’infanzia... Mi rappresentò l’eccessivo amore che ha per noi tanto da perdonarci ogni volta che torniamo a Lui” (R 16). 
Questo eccessivo amore che Dio ha per Teresa è entrato nella sua vita senza che ella lo chiamasse, con intensità e forza per attirarla sé, per provocare una sua risposta totalitaria all’amicizia che Egli gli offriva. Dunque, Dio si dà perché Teresa si dia a Lui. Teresa vuole mettere in evidenza, come contrasto, il suo assurdo e ingiustificabile comportamento, soprattutto dopo la precoce e forte irruzione di Dio nella sua esistenza. Dio è entrato come una folgore, riversando in lei tutto il suo amore, senza nulla tralasciare. Ma non si è imposto con violenza, e la giovane Teresa è sempre libera di arrendersi o meno alla forte pressione divina. Il motivo e semplice. 
In Teresa di Gesù domina una sola idea: mostrare l’opera salvifica ininterrotta di Dio su di lei: “ come si dimostrava vero che Voi mi amavate assai più di quanto mi amassi io” (V 32,5). Ricorre all'argomento dei suoi peccati per dimostrare con maggiore forza di persuasione la misericordia di Dio. Il testo forse più vibrante, e persino più scandaloso a questo proposito, è la rievocazione della sua professione religiosa: “… Dopo tante vicende la vostra mano misericordiosa e potente mi ha condotta in questo stato così sicuro … Feci la mia professione con grande gioia e fervore, ero divenuta vostra sposa, mio Dio! … Ma ricordandomi di quanto ebbi poi ad offendervi, non ho coraggio di continuare: sento che non sarebbe troppo, se dal dolore mi si spezzasse il cuore, o piangessi a lacrime di sangue. Giacché dovevo così malamente abusarne – e ne abusai difatti per quasi vent’anni – mi sembra di aver avuto ragione a non volere una sì grande dignità. Intanto Voi permettete di essere sempre l’offeso affinché io mi potessi un giorno migliorare. Eppure io, o Signore, pareva che io facessi promessa di non mantenere mai nulla di ciò che promettevo, benché tale non fosse la mia intenzione. Pensando a quello che allora facevo, non so neppure che intenzioni avessi! Si veda da questo chi siete Voi, o mio Sposo, e chi sono io. Provo tanta gioia che le mie infedeltà fanno meglio conoscere la vostra misericordia, e che mi sento mitigare il dolore delle gravi offese che vi ho fatte. E in chi, o Signore, può meglio risplendere la vostra misericordia se non in me che con le mie opere cattive ho profanato tane volte le grandi grazie che avete cominciato a farmi? ” (V 4,3-4); perciò la Santa chiede ai confessori, nel leggere la sua autobiografia: “Per amor di Dio di non togliere nulla per quanto riguarda (i suoi peccati). Cosi si vedrà meglio la grande bontà del Signore e la pazienza con cui sopporta le anime” (V 5,11). 
Il resoconto dei suoi peccati e miserie, che vorrebbe fare dettagliatamente, entra in pieno nella tesi che si propone di dimostrare con l’argomento incontrovertibile della propria vita: “Il motivo per cui tanto insisto su questo punto... è far conoscere la misericordia di Dio” (V 8,4).  È questo l’argomento dei suoi scritti, è la luce che le abbaglia gli occhi: “ innanzi alla grande bontà di Dio, l’anima mia andava spesso presa d’ammirazione, compiacendosi nel considerare la sua magnificenza e misericordia” (V 4,10). Si propone di presentare il Dio che le è stato vicino giorno dopo giorno, riversando su di lei un eccesso di bontà, e di proclamare la presenza amorosa sempre più viva, che l’avvolge con una forza travolgente, proprio quando ella si dibatte per sfuggire all’assedio, alla persecuzione divina, come in lotta aperta contro di lei: “Continuavo sempre a commettere peccati, distruggendo le grazie che mi avete fatto …” (V 19,6). 
Teresa non solo non asseconda l’azione di Dio, ma cerca di contrastarla, di disfare ciò che Dio opera in lei. Eppure Dio opera malgrado, contro Teresa: “Quanto gli dovevo per le molte grazie che mi aveva fatto proprio allorché lo offendevo maggiormente” (V38,16). Le cattiverie di Teresa non bloccano l’azione divina, ma la mettono piuttosto in rilievo: Dio non opera perché l’uomo l’accoglie, perché è buono; opera per quanto Egli è per fedeltà a se stesso e non si lascia condizionare dell’essere colui che opera. Bisogna insistere su questo aspetto: la persistenza, la tenacia salvifica, la resistenza divina a non arrendersi all'azione distruttrice di Teresa, lo porta ad assediarla più fortemente, moltiplicandosi in misericordia. “Come potrei esaltare i favori che in quegli anni mi avete fatto? … Si castigavate i miei peccati con l’abbondanza dei vostri doni” (V 7,19). 
Chi è, dunque, Dio?  E’ Colui che s’inviscera in lei, s’immerge nel flusso della sua vita, conducendola attraverso sentieri di misericordia, nonostante opposizioni e resistenze. Dio “nasconde” imperfezioni e peccati, né “ indora” le colpe (V 4,10), né “migliora e perfeziona” le opere e “ fa risplendere come mia una virtù che Egli stesso mette in me”. Dio è li, presente, non a spiare i peccati ma a dorarli; si accontenta delle sue buone disposizioni facendo risplendere le virtù che “Egli stesso mette in lei, quasi costringendola a tenerle” (V 4,10). 
Dio le sta continuamente attorno, “adoperando tutti i mezzi per trovare il modo di ricondurla a se” (V 2,8), per chiudere aperture facili e compiacimenti che portano il mondo il lei e lei nel mondo e che le causano una tale emorragia spirituale da condurla infine “all’inferno, se il Signore non l’avesse soccorsa con l’abbondanza dei suoi aiuti e delle sue grazie particolari” (V 7,3). 
Dio l’aspetta nell’insensato tentativo di vivere lontana da Lui: “Mi ha tanto aspettata” ( Prol.). Per Dio, però, si tratta di un’attesa, attiva, dinamica. Scrive: “Con quanta pazienza sopportate la condizione (della creatura), aspettando che si conformi alla vostra!” (V 8,5). “Abbiamo fiducia nella bontà di Dio, che è più grande di tutto il male che possiamo fare … e dimentica tutte le nostre ingratitudini … come ha fatto con me: mi sono stancata prima io a offenderlo che non Lui a perdonarmi. Egli non si stanca mai di donare, né le sue misericordie possono esaurirsi: non stanchiamoci noi di riceverle! … (V 19,15). 
Il Risorto (dipinto di p. Vincenzo Caiffa)

“Ringrazio senza fine la misericordia di Dio, perché solo Lui mi stendeva la mano” (V 7,22). “ Ormai la mia anima si sentiva stanca e voleva riposare, ma le sue perverse abitudini glielo impedivano. Entrando un giorno in oratorio, i miei occhi caddero su una statua che vi era stata messa, in attesa di una solennità che si doveva celebrare in monastero … Raffigurava nostro Signore coperto di piaghe, tanto devota che nel vederla mi sentii tutta commuovere perché rappresentava al vivo quanto Egli aveva sofferto per noi: ebbi tal dolore al pensiero dell’ingratitudine con cui rispondevo a quelle piaghe, che parve mi si spezzasse il cuore. Mi gettai ai suoi piedi in un profluvio di lacrime, supplicandolo a darmi forza per non offenderlo più” ( V 9,1). “ Mi pare che gli dicessi che non mi sarei alzata dai suoi piedi, de non mi avesse concesso quello di cui lo pregavo. Certamente Egli mi deve avere ascoltata, perché d’allora in poi mi andai molto migliorando” (V 9,2). Dio a finalmente la meglio: Teresa si arrende, convinta ormai di non poter “trovare amico migliore” (2M 1,4). Il Signore ha lottato per aprirsi un varco nel suo cuore, per guadagnarsela come amica, mettendo in gioco tutte le inventive dell’amore, forzando la volontà della sua creatura. Da questo momento Dio passa in primo piano: E’ Lui ad agire e fortificare, a portare a compimento l’opera che è andato realizzando con un amore così evidente. A convertire Teresa è stato Dio, che d’ora in poi, sarà il vero Protagonista della sua vita, tanto che a lei non resterà altro che ripetere: “E’ Dio che fa tutto”. 
Teresa ha saputo credere all’amore di Dio e sperarne il definitivo trionfo, mantenendosi coraggiosamente nell’orazione, tenendo aperta la porta della speranza in Colui che voleva entrare per “deliziarsi e deliziarla” (V 8,9). Il momento della conversione, il punto in cui si produce l’incontro fra Dio e Teresa, segna un cambiamento nel suo modo di stare davanti a Dio, perché le rivela come Egli sia stato sempre accanto e come ora potrà esserlo ancora più manifesto, poiché sono caduti gli ostacoli che impedivano il suo travolgente intervento salvifico. “il Signore mi inondava di grazie, lottando quasi con me per dispormi ad accettare quello che gli altri si affannano a procurarsi con grandi fatiche … perché se non mi induceva Lui, io certo non l’avrei fatto” (V 9,9). 
È il punto che ci interessa. Dio non aspetta altro che le sue disposizioni. La lotta precedente, lunga e dura, non ha di fatto altra finalità che preparare, temprare e disporre la volontà di Teresa a ricevere Dio, affinché Egli possa darsi riversandosi in lei immediatamente e abbondantemente. La Santa delinea così il ritratto di Dio: “ Egli non aspettava altro da me che qualche buona disposizione e avendola trovata, le sue grazie andarono subito crescendo” (V 9,9). “Poiché non aspettavate da me la volontà e la disposizione a riceverli (i favori), cominciaste subito a darmeli” (V 19,7). “Appena cominciai a sfuggire le occasioni e a darmi di più all’orazione, il Signore prese a favorirmi delle sue grazie, quasi che per darmele non avesse aspettato che la mia volontà di riceverle” (V 23,2). La presenza divina le s’impone: “Qui, da parte nostra, non c’è volere o non volere che tenga … ma essere contenti di quello che ci dà” (V 29,2), “senza quasi avervi acconsentito” (V 19.2). L’impressione di assoluta incapacità a resistere all’azione di Dio è totale e perciò occorre rispondervi con un atteggiamento di abbandono. Teresa ha una viva consapevolezza che Dio prende e porta, imprigiona, con una chiara intelligenza che è il Signore a “fare tutto … senza nessuna nostra fatica” (V 21,11). Si tratta dunque, di una manifestazione personale, realissima e sovrabbondante di Dio, del Dio vivo. Anche il solo ricordo di simile esperienza basta a consolarla. “ Mi sentii consolata … del tempo in cui Dio mi era così presente da sembrarmi veramente il Dio vivo” (R 18). È questo il clima spirituale in cui ella vivrà i suoi ultimi anni, in un’attuale presenza della Trinità e non esiterà a servirsi delle parole dell’apostolo Paolo per esprimere la propria esperienza di essere vissuta da Dio: “Vi sono giorni in cui mi torna sempre alla mente quello che dice S. Paolo … Anche a me sembra di non essere più io che vivo, che parlo e che voglio, ma un altro in me, che mi dirige e mi da forza, e mi trovo come fuori di me”(R 3). 
Dio agisce il lei comunicandole la sua stessa vita; allorché la comunicazione raggiunge il punto culminante, sarà tanto viva, vasta e profonda che la santa vivrà la sensazione di essere vissuta da Lui, come spiazzata da se: “Mi trovo come fuori di me” perché tutta colma di Dio. L’azione divina acquista così forza e, dal lato opposto, verità piena e la passività di Teresa si trova al suo punto massimo. Ci troviamo al vertice di quel processo in cui Dio si era principalmente impegnato e, dopo una certa fase, anche Teresa si era convertita e consacrata. Un processo, che può chiamarsi di ricreazione, attraverso il quale Dio va rivelandosi e mostrandosi come Colui che si dà e si comunica, che concede grazie e favori che dispensa misericordie e copre, dorandoli, i nostri peccati. 
Allora, per Teresa di Gesù, la nostra vita è un’epifania di questo Dio che agisce in prima persona come amore salvifico, se noi ci decidiamo a vivere in serena povertà e indefettibile speranza. Dio, Teresa, lo elude quando è stordita dal frastuono della vita cui si apre con veemenza, lo affronta con decisione e coraggio nei momenti di sincerità, o finisce per adottare l’atteggiamento ambiguo e confuso dei più. Egli, però, continua ad incombere su di lei come punto di riferimento obbligato, cui non può in ogni modo sottrarsi. Teresa di Gesù non si è mai liberata, non ha potuto mai liberarsi da Dio. In un modo o in un altro, con maggiore o minore verità, l’ha sempre avuto compagno di vita. Non solo non è riuscita a vedersi senza di Lui, ma si è sempre contemplata in riferimento a Lui. 
Ha letto la propria vita alla luce di Dio e così la descritta per noi. Dio, anzitutto problema, poi soluzione, quando la scelta di Lui si fa strada attraverso il cammino dell’umile accettazione, dell’amore disinteressato, dell’abbandono fiducioso, ma anche attraverso un fattivo distacco dagli altri amori che sottraggono energia e spazio all’amore. Dio domina con la sua presenza tutta la sua vita: è la sua vita, poiché ella si è arresa a Lui, si è data per vinta: “Gli rimette le chiavi della sua volontà” (V 20,11). Si sente ormai invasa da un desiderio che le scorga dall’intimo: “Muoia ormai questo mio io e viva in me, migliore per me di me stessa, onde possa servirlo” (V 22,11). 
Pochi mesi prima di morire scrive: “ (La mia anima), non è più soggetta come prima alle miserie del mondo. Benché abbia maggiori sofferenze, sembra che questa la sfiorino appena, perché è come una padrona in un castello e non perde la sua pace. Però questa sicurezza non solo non l’affranca dal suo grande timore di offendere Dio, ma neppure la dispensa dall’evitare quanto le possa impedire di servirlo, per cui cammina con maggiore attenzione. Si preoccupa così poco dei suoi interessi che le sembra di aver perduto parte del suo essere, tanta è la dimenticanza in cui si tiene. Fa ogni cosa per l’onore di Dio per meglio compiere il suo volere e per la sua maggior gloria” (R 6). La scalata qui ha raggiunto la vetta: la persona umana diviene pienamente se stessa quando si consegna a Dio e vive radicata in Lui fino a simile profondità. Quando non si muove più da quel centro che è Dio e quando tutto il resto non può fare altro, al massimo, che “sfiorarle le vesti”, la persona è padrona di sé e vive il suo costante riferimento a Dio. Ciò rende l’uomo compiutamente persona.
Se vogliamo dunque metterci alla sua scuola, saremo in un primo momento storditi e capiremo ben poco; poi subentrerà lo stupore; infine rimarremo affascinati e saremo in sintonia con la Santa, per cantare le Misericordie del Signore.

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