18 marzo 2014

Uno scambio di beni spirituali


Abbiamo chiesto la cortesia a p. Albert Wach,  II Definitore della Casa Generalizia dei Carmelitani Scalzi  che ha presieduto la concelebrazione eucaristica in onore della beata Giuseppina di Gesù Crocifisso nella Chiesa dei  SS. Teresa e Giuseppe a Napoli, presso il monastero dei Ponti Rossi di inviarci il testo della sua omelia. Come potrete leggere è un testo che ci aiuta a meditare su molti aspetti della vocazione e del nostro essere cristiani. Un grazie di cuore ancora per la disponibilità di p. Albert

La Rivelazione mi insegna che, nel mio cammino di conversione e di fede, io non mi trovo solo. In Cristo e per mezzo di Cristo la mia vita viene congiunta con misterioso legame alla vita di tutti gli altri cristiani nella soprannaturale unità del Corpo mistico. “Chi crede, mai è solo” – soleva ripetere Benedetto XVI.
Forse la verità più consolante sulla Chiesa è proprio questa, che in essa esiste la comunione, la comunione dei santi.
E’ la verità piena di gioia specialmente nel Carmelo, dove la vicinanza costante dei santi è sentita sempre in modo molto forte. E’ la verità che sperimentiamo particolarmente oggi, quando celebriamo il 66esimo anniversario della morte della Beata M. Giuseppina di Gesù Crocifisso, una monaca di questo monastero.


Esattamente 100 anni fa, nella primavera del 1914, passando alcuni giorni nella comunità monastica appena fondata da sua sorella, scopre, specialmente durante la lettura delle opere di San Giovanni della Croce e di Santa Teresa di Gesù Bambino, “come sono belli i santi” e decide “anch’io voglio farmi santa”. Per lei non è importante che si senta debole, malata e incapace. Non è importante che il monastero stesso sia  semplice, austero e povero. Non è importante nemmeno che le persone intorno manifestino tante imperfezioni e difetti. Importante è innamorarsi di queste cose così umane (della debolezza, della semplicità, della povertà) e di farle in qualche maniera proprie. “Per farsi santi – scrive durante il ritiro prima della professione solenne – ci vuole una cosa sola, fare la volontà di Dio”. E poi, lungo la sua vita, segnata da tanti limiti umani e da continue sofferenze, ripeterà spesso che “la santità non dipende dagli uomini, ma dalla grazia di Dio e dalla corrispondenza della nostra volontà”.
Questa corrispondenza della nostra volontà alla volontà di Dio il più delle volte avviene attraverso la corrispondenza della nostra volontà alla volontà dei nostri fratelli e sorelle con i quali viviamo nelle nostre case. Per suor Giuseppina tutto questo significava adattarsi alla volontà delle sue consorelle con le quali viveva nella stessa comunità e poi forse ancora di più alla volontà di tante persone, uomini e donne di ogni ceto sociale: aristocratici, umili figli del popolo, professionisti, sacerdoti, che ogni giorno e per molti anni venivano nel parlatorio di questo monastero per chiedere il suo consiglio, conforto, preghiera, parola di consolazione e forse miracolo.
In tutto questo servizio apostolico, molto strano per una monaca carmelitana, Giuseppina mai cercava la propria volontà e non seguiva le proprie attrattive, ciò che le piaceva personalmente. Cercava solo di essere trasparente alla volontà di Dio e di non ostacolare la sua azione. E così in ogni momento, nei dettagli della vita. Anche quando umanamente parlando ciò diventava molto difficile perché entrava in conflitto quasi diretto con la Regola, con la vita comune, con l’osservanza monastica di tanti atti comunitari ai quali non poteva partecipare pienamente come le altre monache e come le sarebbe piaciuto.
 Giuseppina portava nel suo cuore le parole che Gesù oggi ricorda anche a  noi nel Vangelo: /“Se la vostra giustizia non supererà quella degli  scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”/ (Mt 5, 20). Si domandava solo: come fare questo nel monastero, come superare la  giustizia degli scribi e dei farisei? E non trovava altra risposta, se non questa: vestendosi della misericordia, cioè manifestare agli altri  in concreto, /hic et nunc/,/ /l’invisibile amore di Dio. Giuseppina non  si limitava a vivere questo amore personalmente, nella solitudine della sua cella o nella preghiera comune. Si sentiva chiamata a sperimentarlo nel vivo, nell’incontro diretto con chi ne aveva bisogno. E non lo faceva solo con lo sguardo, fosse pure il più penetrante e  compassionevole, rivolto verso il male morale, fisico o materiale delle persone che incontrava nel parlatorio, ma, con gli occhi penetranti, quasi divini “rivalutava, promuoveva e traeva il bene da tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell’uomo” (cfr. Giovanni Paolo II, /Dives in misericordia/, 6).
Per noi, nelle vicende della vita, è estremamente difficile trovare l’equilibrio tra la giustizia e la misericordia. La nostra vita è normalmente ordinata secondo i principi ragionevoli di giustizia, e tale  ordine, oltre che necessario, generalmente ci piace. Esso ci garantisce la pace, la tranquillità, la sicurezza. Per manifestare la misericordia invece ci vuole tanto coraggio e molta immaginazione. E questi atteggiamenti sono oggi piuttosto rari. Abbiamo paura di entrare nella nostra povertà, nella nostra miseria, nella nostra solitudine, cioè nel luogo dove si sperimenta la propria precarietà (limitatezza) e dove si attinge dalle ricchezze degli altri. Dove si diventa sensibili alla volontà divina.
Ma grazie a Dio ci sono i santi, come la beata Giuseppina di Gesù Crocifisso, che ci insegnano come fare questo cammino. Loro non si fermano a metà strada e non si chiudono dentro di sé. La loro vita è sempre un’apertura di breccia verso l’origine, verso la sequela immediata e personale di Cristo in cui ritrovano la fonte del loro amore per tutti, anche per noi. 
Grazie a loro, grazie al loro amore, che sembra non avere nessun limite, si instaura tra noi tutti un meraviglioso scambio di beni spirituali, in forza del quale – come dice Giovanni Paolo II (nella Bolla di Indizione del Grande Giubileo dell’anno 2000, /Incarnationis mysterium/) – la santità dell'uno giova agli altri ben al di là del danno che il peccato dell'uno ha potuto causare agli altri”. E il Papa continua: “Esistono persone che lasciano dietro di sé come un sovrappiù di amore, di sofferenza sopportata, di purezza e di verità, che coinvolge e sostiene gli altri. E’ la realtà – secondo il Papa – della « vicarietà », sulla quale si fonda tutto il mistero di Cristo. Il suo amore sovrabbondante ci salva tutti” (n. 10).
La Beata Giuseppina ci lascia il “sovrappiù” non soltanto delle sofferenze, ma anche il “sovrappiù” della misericordia. Papa Francesco, durante l’incontro con i preti della diocesi di Roma, ha detto che nella Chiesa intera adesso è il tempo della misericordia. E non è solo la Quaresima; noi stiamo vivendo in tempo di misericordia, da trent’anni o più, fino adesso. Questa è stata – secondo il Papa – un’intuizione del beato Giovanni Paolo II. Lui ha avuto il “fiuto” che questo era il tempo della misericordia. E concretizzava: pensiamo alla beatificazione e canonizzazione di Suor Faustina Kowalska; pensiamo all'introduzione  della festa della Divina Misericordia.
Nell’omelia per la canonizzazione, che avvenne nel 2000, Giovanni Paolo II sottolineò che il messaggio di Gesù Cristo a Suor Faustina si colloca temporalmente tra le  due guerre mondiali ed è molto legato alla storia del ventesimo secolo.
La Beata Giuseppina di Gesù Crocifisso, che visse più o meno nello stesso arco di tempo, ha ricevuto dal suo Signore Crocifisso la stessa missione di misericordia. E oggi la condivide con noi nella meravigliosa comunione dei santi.Cerchiamo allora di imitarla in tutta la nostra vita e di abbracciare con tutto il cuore la nostra povertà. Ci sarà più facile accogliere il mistero della più grande ricchezza evangelica. In esso, infatti, si trova “la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché anche noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8, 9). Ricchi di misericordia.
P. Albert Wach OCD