16 novembre 2014

Talenti, le grazie elargite dal Signore

In questa domenica, il Vangelo di Matteo ci propone la parabola dei talenti (Mt 25,14-30).  I talenti sono doni del Signore, doni che ci sono stati elargiti nel Battestimo, doni che riceviamo ancora per grazia, attraverso la preghiera. 

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 ECHI TERESIANI
Nel Libro della Vita la santa Madre ci aiuta a comprendere questo rapporto fra l'Amore di Dio e ciò che siamo ed abbiamo, non per nostro merito.

S. Teresa, "Vita" 15,4-5: È, dunque, questa orazione una piccola scintilla del vero amore di Dio che il Signore comincia ad accendere nell'anima, volendo che essa intenda gradatamente in che cosa consista quest'amore pieno di dolcezze (...) È, questa scintilla, un segno e un pegno che Dio dà all'anima di averla scelta ormai per grandi cose, perché si prepari a riceverle, è un grande dono, molto più grande di quanto io possa dire. Ripeto, conosco molte anime che giungono fin qui, ma quelle che passano oltre, come dovrebbero, sono così poche che ho vergogna a dirlo; non già che siano poche in senso assoluto, anzi, devono essercene molte, perché se Dio ci sopporta, è per qualche cosa; dico solo quello che ho visto. Desidererei vivamente avvertirle di badare a non nascondere il loro talento, perché sembra che Dio le abbia scelte per profitto di molte altre, specialmente in questi tempi in cui sono necessari forti amici di Dio a sostegno dei deboli; pertanto, quelli che riconoscono in sé questa grazia, si reputino davvero tali, se sanno conformarsi alle leggi che richiede una buona amicizia anche nel mondo; altrimenti, come ho già detto, temano ed abbiano paura di far male a se stessi, e Dio voglia che sia soltanto a se stessi!
Vita" 18,4-5: Molte volte, quando mi accade di ricevere queste grazie o quando Dio comincia a darmele (poiché, stando pienamente in esse, ho già detto che è impossibile far nulla) gli dico: "Signore, badate a quel che fate, non dimenticatevi così presto dei miei grandi peccati (...)Non versate, o mio Creatore, un così prezioso liquore in un vaso così incrinato, poiché avete visto già altre volte che io torno a spargerlo fuori; non ponete un simile tesoro dove ancora non si è perduto totalmente - come dovrebbe essere - il desiderio di umane consolazioni; sarebbe sciupato perché male speso (...)E come, mio Signore, dar motivo di ritenerli di poco conto il metterli nelle mani di un essere così spregevole, ignobile, fiacco, miserabile e di nessuna importanza come me perché, per quanto con il vostro favore - e non ne occorre poco, essendo come sono - mi sforzi di non perderli, non posso riuscire a farne trarre giovamento ad alcuno (...) Porre i talenti in una terra così ingrata è come non solo nasconderli, ma sotterrarli. Voi, o Signore, non siete solito concedere simili ricchezze e grazie a un'anima se non perché essa giovi a molte altre. Voi sapete, mio Dio, che vi supplico di ciò fermamente, con tutto il cuore - come già ve ne ho supplicato alcune volte -, giacché ritengo giusto perdere il maggior bene che si possa avere sulla terra, perché voi lo diate a chi se ne gioverà meglio di me, per vostra maggior gloria». Queste e altre cose mi è accaduto di dire molte volte. Poi ho costatato la mia stoltezza e poca umiltà, perché il Signore sa bene ciò che conviene fare e come la mia anima non aveva forze per salvarsi, se Sua Maestà non me ne avesse provveduto con tante grazie.