29 dicembre 2014

Un Bambino che svela il senso della vita


Messaggio natalizio di P. Saverio Cannistrà, Prepósito Generale

Nel mistero del Natale Dio chiede accoglienza all'uomo. Bussa alla porta della nostra casa, del nostro mondo, del nostro quotidiano mestiere di vivere: vuole entrare, prendere un posto là dove siamo noi, le nostre cose, i nostri pensieri, i nostri affetti, proprio come fa ogni figlio dell'uomo che viene alla luce, ogni ospite (voluto o non voluto) che si presenta a casa nostra. L'uomo chiede sempre all'altro uomo di fargli spazio e di dargli tempo: senza di questo non può vivere. E il miracolo del Natale è questo: se Dio si fa uomo, allora Dio ha bisogno che l'uomo si prenda cura di lui. Ciò, per quanto paradossale e contrario a qualunque idea naturale o filosofica di Dio, tuttavia è ancora comprensibile. Ciò che forse risulta più difficile da capire è che questa accoglienza è anche la definizione della salvezza dell'uomo. L'uomo si salva nel momento in cui si prende cura di Dio. Accogliendo il Dio fatto uomo, l'uomo accoglie se stesso, si accoglie nel modo più vero e radicale, riesce finalmente ad amarsi.
Sì, perché il problema è che l'uomo non si ama affatto e non si prende affatto cura di sé. Quando nel vangelo di Luca leggiamo che "per lui (per loro) non c'era posto nell'alloggio" o nel vangelo di Giovanni che "venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto", è proprio dell'uomo che si sta parlando. È questa la prima e fondamentale illuminazione del Natale: scopriamo che nelle nostre vite e nei nostri alloggi, nelle nostre menti e nei nostri cuori, non c'è posto per noi stessi, per ciò che veramente siamo, per quell'incessante dinamismo che è l'uomo, per il suo infinito potenziale di amore. Tutto è già occupato, tutto è già prenotato, un po' come le nostre agende o i nostri calendari prima ancora che cominci il nuovo anno.
E di che cosa è fatto questo uomo che ci chiede di entrare e di trovare posto in noi? Mi pare che la Parola di Dio, a leggerla tra le righe, ci dia non pochi elementi per ricostruirne la fisionomia e per comprenderne la natura.
Il primo elemento è il tempo. È un uomo che è fatto di tempo, che ha bisogno di tempo. Ha bisogno di quasi un anno per imparare a camminare, di più di un anno per imparare a parlare, e poi di altri anni per imparare a leggere, a scrivere, a lavorare... Gesù passa trent'anni a Nazareth, crescendo in età, sapienza e grazia. Tanti giorni, mesi, anni, che non sono uguali gli uni agli altri, ma sono passi che si succedono, e uno è conseguenza dell'altro. Il tempo non si ripete, va avanti, noi diciamo "inesorabilmente", e invece no: va avanti beneficamente, salutarmente. Mi domando se abbiamo ancora questo senso del tempo dell'esistenza, del suo "distendersi", che è in realtà apertura di cammino, o se invece siamo compressi nell'istante, tanti istanti, ciascuno identico all'altro, senza progressione, senza orientamento, l'uno accumulato, sovraimpresso sull'altro.
Abbiamo fretta di vedere i risultati, di possedere beni tangibili, che in realtà sono solo immagini effimere, fatte della stessa materia dei sogni. Il Dio che si fa uomo ci chiede di accogliere l'uomo con i suoi tempi, con il suo lento crescere e maturare.
Il Dio che entra nella nostra vita è anche l'uomo che ha in sé spazi e paesaggi interiori. La nascita di Gesù è circondata da una serie di esperienze fatte in solitudine e nell'interiorità. I vangeli parlano di angeli, cioè di annunci che raggiungono Maria nella sua attesa, Giuseppe nel suo interrogarsi, i pastori nel loro vegliare notturno. E di tutte queste persone si dice che scoprirono una realtà diversa, nascosta agli occhi del mondo, ma generatrice di vita, di luce, di speranza nuova. "Furono pieni di gioia e di Spirito", secondo l'espressione cara al vangelo di Luca. Gioia e Spirito scaturiscono dal di dentro, come da una sorgente che sgorga dalle profondità della roccia. L'uomo è fatto di questa roccia: c'è in lui qualcosa di molto solido, di molto resistente. Ma abbiamo spazio per questa solidità nel nostro mondo, che ormai ci siamo abituati a definire "liquido"? Vogliamo essere solidi? Vogliamo veramente resistere a venti e correnti di costanti sollecitazioni, distrazioni, tentazioni? Lo stare ancorati non ci fa piuttosto paura, quando tutto sembra lasciarsi andare a una dolce deriva? Eppure la fede è stare fermi, la fedeltà è stare fermi, la pace è stare fermi, non nel senso di una inerzia o di una staticità cimiteriale, ma nel senso di un radicarsi in profondità in qualcosa che rimane vero, consistente e affidabile, nonostante tutto. È la Parola, il Logos da cui proveniamo, ma "il mondo non l'ha riconosciuto". Troppe parole, troppi sensi, troppi paradisi ci attraggono.
E infine quest'uomo che chiede di essere accolto e riconosciuto è fatto di carne: il Verbo si è fatto carne. Dice così il vangelo di Giovanni. Non dice: si è fatto uomo, ma si è fatto carne, pur sapendo che carne significa qualcosa di corruttibile, di vulnerabile, di fragile. La carne sente freddo e caldo, sente fame e sete, sente stanchezza e sonno. La carne sente desideri e passioni. La carne freme, trema, sanguina. Ma anche riceve carezze e abbracci, si riscalda al fuoco e si gode la brezza del mare, viene unta di oli profumati e fasciata di lini. La carne non è una realtà che si prende in considerazione solo sotto il profilo della scienza medica o della passione erotica. La carne sono io: è il mio sentire, il mio reagire al mondo in cui vivo, la mia condizione terrena, dalla quale cerchiamo di proteggerci, di sfuggire gnosticamente. Parliamo ormai di uomo o di società postumana o postmortale, inseguendo un ideale di uomo-macchina, i cui pezzi possono essere sostituiti o trasformati. Forse non ci rendiamo conto di quanto questa visione si stia impadronendo sottilmente delle nostre menti, allontanandoci ogni giorno di più dal corpo di carne di cui siamo fatti e che custodisce il nostro essere più vero. Perché è il corpo il vero soggetto della vita spirituale, e niente più del mistero dell'Incarnazione ce lo ricorda e ce lo fa meditare. Non disprezziamo il corpo, non diventiamo gnostici, altrimenti con il corpo perderemo anche lo spirito. È il corpo di Gesù che ci viene messo tra le mani, perché lo accogliamo e con esso accogliamo anche i nostri corpi, con la loro storia, le loro ferite, le loro emozioni, le loro fragilità. Corpi che ci chiedono di prenderci cura di loro non solo andando dal medico, ma ascoltandoli fino in fondo, vivendo e assaporando fino in fondo la verità del nostro essere al mondo.
Per questo Dio è venuto nel mondo, perché imparassimo a starci, in verità e grazia, senza fughe, ma anche senza catene: liberi, come solo gli uomini possono diventarlo quando imparano ad essere veramente umani.