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Fissiamo gli occhi sul Crocifisso e cerchiamo di capire...

Gesù prende su di sé il male, la sporcizia, il peccato del mondo, anche il nostro peccato, di tutti noi, e lo lava, lo lava con il suo sangue, con la misericordia, con l’amore di Dio. Guardiamoci intorno: quante ferite il male infligge all’umanità! Guerre, violenze, conflitti economici che colpiscono chi è più debole, sete di denaro, che poi nessuno può portare con sé, deve lasciarlo. Mia nonna diceva a noi bambini: il sudario non ha tasche. Amore al denaro, potere, corruzione, divisioni, crimini contro la vita umana e contro il creato! E anche - ciascuno di noi lo sa e lo conosce - E i nostri peccati personali: le mancanze di amore e di rispetto verso Dio, verso il prossimo e verso l’intera creazione. E Gesù sulla croce sente tutto il peso del male e con la forza dell’amore di Dio lo vince, lo sconfigge nella sua risurrezione. Questo è il bene che Gesù fa a tutti noi sul trono della Croce. La croce di Cristo abbracciata con amore non mai porta alla tristezza, ma alla gioia, alla gioia di essere salvati e di fare un pochettino quello che ha fatto Lui quel giorno della sua morte. (Papa Francesco, 24 marzo 2013)



PREGHIAMO CON BENEDETTO XVI

O Signore concedici in quest'ora di poter guardare a te, nell'ora della tua oscurità e del tuo abbassamento ad opera di un mondo che vuole dimenticare la croce come si fa con un incidente spiacevole, che si sottrae al tuo sguardo, considerando un inutile sciupio di tempo e non si rende conto che è proprio qui che ci si fa incontro la tua ora decisiva, nella quale nessuno potrà sottrarsi al tuo sguardo.
(...) 
Signore Gesù Cristo concedici in questo venerdì santo di guardare a te, al tuo cuore trafitto. Concedici che i nostri occhi e il nostro spirito, che ogni giorno si bagnano nella vanità e nella banalità, possano una volta, al di là di tutti gli schemi di questo mondo, contemplare il vero Salvatore: te seme di grano morte, dal quale è germogliato il frutto centuplo dell'amore di cui tutti viviamo. O signore, noi esitiamo a venire a te, opponiamo resistenza, quando ci vuoi prendere come semi di grano, quando vuoi tirarci fuori dalla meschina difesa del nostro spirito di autoconservazione nel quale ci siamo rincantucciati mascherando la nostra pusillanimità con parole grosse. Ah tu conosci la nostra debolezza, la nostra incapacità a far fronte alla minima oscurità, l'angoscia nella quale rimaniamo prigionieri di noi stessi. Facci liberi; portaci per mano fuori di noi stessi, oltre la soglia della nostra paura, e ciò di cui non siamo capaci possa essere il dono della ricchezza invitta del tuo cuore aperto. Amen
(da Settimana Santa, ed. Queriniana, meditazioni di Joseph Ratzinger  e Karl Rahner)

GRAZIE PAPA BENEDETTO: CI AIUTI A SENTIRCI FIGLI DELLA VERA CHIESA, QUELLA DI CRISTO!

    
    Il Papa ieri nel corso dell'ultima sua udienza generale da Papa ha saputo trovare parole semplici e tenere per rendere meno duro il commiato.
Ve le riproponiamo:

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato!
Distinte Autorità!
Cari fratelli e sorelle!

Vi ringrazio di essere venuti così numerosi a questa mia ultima Udienza generale.
Grazie di cuore! Sono veramente commosso! E vedo la Chiesa viva! E penso che dobbiamo anche dire un grazie al Creatore per il tempo bello che ci dona adesso ancora nell’inverno.



Come l’apostolo Paolo nel testo biblico che abbiamo ascoltato, anch’io sento nel mio cuore di dover soprattutto ringraziare Dio, che guida e fa crescere la Chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo. In questo momento il mio animo si allarga ed abbraccia tutta la Chiesa sparsa nel mondo; e rendo grazie a Dio per le «notizie» che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola realmente nel Corpo della Chiesa e lo fa vivere nell’amore, e della speranza che ci apre e ci orienta verso la vita in pienezza, verso la patria del Cielo.

Sento di portare tutti nella preghiera, in un presente che è quello di Dio, dove raccolgo ogni incontro, ogni viaggio, ogni visita pastorale. Tutto e tutti raccolgo nella preghiera per affidarli al Signore: perché abbiamo piena conoscenza della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, e perché possiamo comportarci in maniera degna di Lui, del suo amore, portando frutto in ogni opera buona (cfr Col 1,9-10).

In questo momento, c’è in me una grande fiducia, perché so, sappiamo tutti noi, che la Parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa, è la sua vita. Il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e nella carità. Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia.

Il cuore del Papa parla al cuore di tutti e lo farà ancora nella preghiera


Cor ad cor loquitur

Dopo la preghiera dell'Angelus di oggi:
"Grazie di essere venuti cosi' numerosi! Anche questo e' un segno dell'affetto e della vicinanza spirituale che mi state manifestando in questi giorni ... A tutti auguro una buona domenica e un buon cammino di Quaresima. Questa sera inizierò la settimana di Esercizi spirituali: rimaniamo uniti nella preghiera. Grazie!" (Benedetto XVI). 



Un filo bianco, quello della purezza del cuore, lega le figure più luminose della storia della Chiesa. È un filo invisibile agli occhi, ma che diventa percepibile in alcuni momenti importanti. È successo pensando alla scelta del Papa e al suo immergersi con Cristo in Dio.  Ed è riaffiorato quel motto che fu scelto per la visita apostolica di Benedetto XVI in Inghilterra, nel settembre 2010: Cor ad cor loquitur, ovvero Il cuore parla al cuore.
Sono le parole che il Cardinale Newman scelse per il suo stemma quando divenne porporato (si richiamava a San Francesco di Sales) e che Papa Benedetto XVI, molto legato alla figura di Newman, nell’omelia del 19 settembre 2010 spiegò così: “Il motto del Cardinale Newman, Cor ad cor loquitur, o "Il cuore parla al cuore", ci permette di penetrare nella sua comprensione della vita cristiana come chiamata alla santità, sperimentata come l'intenso desiderio del cuore umano di entrare in intima comunione con il Cuore di Dio. Egli ci ricorda che la fedeltà alla preghiera ci trasforma gradualmente nella somiglianza divina. Come scrisse in uno dei suoi sermoni tante belle, "l'abitudine della preghiera, la pratica di rivolgersi a Dio e al mondo invisibile in ogni stagione, in ogni luogo, in ogni emergenza - la preghiera, dico, ha ciò che può essere chiamato un effetto naturale a spiritualizzare ed elevare l'anima Un uomo non è più quello che era prima…."(Sermoni parrocchiali e comune, iv, 230-231)…. L'insegnamento Beato John Henry sulla preghiera spiega come il fedele cristiano è definitivamente assunto al servizio del Maestro vero, il solo che ha un diritto alla nostra devozione incondizionata (cfr Mt 23,10). Newman ci aiuta a capire che cosa questo significa per la nostra vita quotidiana: ci dice che il nostro divino Maestro ha assegnato un compito specifico a ciascuno di noi, un "servizio definito", impegnata in modo univoco ad ogni singola persona: "Io ho la mia missione" , ha scritto: "Io sono un anello di una catena, un vincolo di connessione fra le persone e non mi ha creato per niente farò bene, farò il suo lavoro,.. sarò un angelo di pace, un predicatore della verità nel mio posto ... se lo faccio, ma osserviamo i suoi comandamenti e servirlo nella mia chiamata"(Meditazioni e Devozioni, 301-2).”
Ecco,il cuore parla al cuore: il cuore di Dio parla al cuore degli uomini, il cuore dell’uomo parla al cuore di Dio. È un colloquio che - come insegna la spiritualità teresiana e sanjuanista – ha una capacità trasformante. La bellezza della preghiera e questa realtà della preghiera capace di unire i cuori in un unico linguaggio ci è stata ricordata da Benedetto XVI in queste ore in cui il nostro cuore, a stento, ha soffocato la voglia di gridargli “Rimani!” Oggi in piazza San Pietro, in realtà, un cartellone con questa frase c’era. Ma c’è stata soprattutto la voglia di testimoniare affetto e riconoscenza, sostegno nella preghiera a una persona che resterà nel cuore.
Secondo il pensiero del beato Newman esistono figure da un influsso irresistibile, anche se isolate, anche se apparentemente fragili. Eppure possono essere quelle più in grado di “continuare l’opera silenziosa di Dio”. Come? Con la loro vita, la loro fedeltà, il loro amore a Gesù sono i più credibili testimoni della Verità. Diremmo “cooperatori della verità” per ricordare, questa volta, il motto episcopale di Joseph Ratzinger. Anche in un mondo cupo e tenebroso, questi uomini diventano fiaccole ardenti in grado di far comprendere agli altri qual è la vera Luce del mondo, verso cui ri-orientarsi e ardere a loro volta. Sono cristiani - secondo Newman – con un influsso irresistibile: “Pochi uomini grandi basteranno a salvare il mondo per secoli” (scrisse nell’Apologia, Sermoni universitari). Tra questi pochi uomini c’è Benedetto XVI che con la sua vita, oltre che con gli otto anni di Pontificato, e con la sua scelta di vivere nascosto con Cristo in Dio, continuerà a occuparsi paternamente di noi, nella preghiera.
Le parole della b. Elisabetta della Trinità, carmelitana scalza, scritte a un’amica dalla clausura, aiutano a comprende meglio come ciò può avvenire: “Sola con Colui che amo, l’anima mia e il mio cuore vengono a trovarti e credo che se realmente fossi vicino a te con la mia persona, ti sarei meno presente”.
Stefania De Bonis

IL PAPA CI AIUTA A RIFLETTERE SULLE TENTAZIONI





Cari fratelli e sorelle,

oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il Tempo liturgico della Quaresima, quaranta giorni che ci preparano alla celebrazione della Santa Pasqua; è un tempo di particolare impegno nel nostro cammino spirituale. Il numero quaranta ricorre varie volte nella Sacra Scrittura. In particolare, come sappiamo, esso richiama i quarant’anni in cui il popolo di Israele peregrinò nel deserto: un lungo periodo di formazione per diventare il popolo di Dio, ma anche un lungo periodo in cui la tentazione di essere infedeli all’alleanza con il Signore era sempre presente. Quaranta furono anche i giorni di cammino del profeta Elia per raggiungere il Monte di Dio, l’Horeb; come pure il periodo che Gesù passò nel deserto prima di iniziare la sua vita pubblica e dove fu tentato dal diavolo. Nell’odierna Catechesi vorrei soffermarmi proprio su questo momento della vita terrena del Signore, che leggeremo nel Vangelo di domenica prossima.
Anzitutto il deserto, dove Gesù si ritira, è il luogo del silenzio, della povertà, dove l’uomo è privato degli appoggi materiali e si trova di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza, è spinto ad andare all’essenziale e proprio per questo gli è più facile incontrare Dio. Ma il deserto è anche il luogo della morte, perché dove non c’è acqua non c’è neppure vita, ed è il luogo della solitudine, in cui l’uomo sente più intensa la tentazione. Gesù va nel deserto, e là subisce la tentazione di lasciare la via indicata dal Padre per seguire altre strade più facili e mondane (cfr Lc 4,1-13). Così Egli si carica delle nostre tentazioni, porta con Sè la nostra miseria, per vincere il maligno e aprirci il cammino verso Dio, il cammino della conversione.
Riflettere sulle tentazioni a cui è sottoposto Gesù nel deserto è un invito per ciascuno di noi a rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa conta davvero nella mia vita? Nella prima tentazione il diavolo propone a Gesù di cambiare una pietra in pane per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane: senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio, l’uomo non si può salvare (cfr vv. 3-4). Nella seconda tentazione, il diavolo propone a Gesù la via del potere: lo conduce in alto e gli offre il dominio del mondo; ma non è questa la strada di Dio: Gesù ha ben chiaro che non è il potere mondano che salva il mondo, ma il potere della croce, dell’umiltà, dell’amore (cfr vv. 5-8). Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale per mettere alla prova Dio stesso; ma la risposta è che Dio non è un oggetto a cui imporre le nostre condizioni: è il Signore di tutto (cfr vv. 9-12). Qual è il nocciolo delle tre tentazioni che subisce Gesù? E’ la proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri interessi, per la propria gloria e per il proprio successo. E dunque, in sostanza, di mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo. Ognuno dovrebbe chiedersi allora: che posto ha Dio nella mia vita? E’ Lui il Signore o sono io?
Superare la tentazione di sottomettere Dio a sé e ai propri interessi o di metterlo in un angolo e convertirsi al giusto ordine di priorità, dare a Dio il primo posto, è un cammino che ogni cristiano deve percorrere sempre di nuovo. “Convertirsi”, un invito che ascolteremo molte volte in Quaresima, significa seguire Gesù in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita; significa lasciare che Dio ci trasformi, smettere di pensare che siamo noi gli unici costruttori della nostra esistenza; significa riconoscere che siamo creature, che dipendiamo da Dio, dal suo amore, e soltanto «perdendo» la nostra vita in Lui possiamo guadagnarla. Questo esige di operare le nostre scelte alla luce della Parola di Dio. 
Oggi non si può più essere cristiani come semplice conseguenza del fatto di vivere in una società che ha radici cristiane: anche chi nasce da una famiglia cristiana ed è educato religiosamente deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cultura secolarizzata gli propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti contemporanei.

Grazie a Papa Benedetto per la Sua Lectio Divina!!!!!

Troverete, cliccando qui,  il commovente ritratto dell'apostolo e primo vicario di Cristo e la bellissima immagine agostiniana della Chiesa con le sue radici rivolte verso l'altro:
"...Essendo cristiani, sappiamo che nostro è il futuro e l’albero della Chiesa non è un albero morente, ma l’albero che cresce sempre di nuovo. (....) La Chiesa si rinnova sempre, rinasce sempre. (....)Ci sono anche cadute gravi, pericolose, e  dobbiamo riconoscere con sano realismo che così non va, non va dove si fanno cose sbagliate. Ma anche essere sicuri, allo stesso tempo, che se qua e là la Chiesa muore a causa dei peccati degli uomini, a causa della loro non credenza, nello stesso tempo, nasce di nuovo. Il futuro è realmente di Dio: questa è la grande certezza della nostra vita, il grande,vero ottimismo che sappiamo. La Chiesa è l’albero di Dio che vive in eterno e porta in sé l’eternità e la vera eredità: la vita eterna".

PAPA: MAI PIU' ODIO E RAZZISMO

Anche la voce del Santo Padre, questa mattina, si è aggiunta, con la sua autorevolezza, a quella di quanti oggi ricordano le vittime dell'odio nazista: all’Angelus, in Piazza San Pietro, Benedetto XVI ha detto infatti che :
La memoria di questa immane tragedia, che colpì così duramente soprattutto il popolo ebraico, deve rappresentare per tutti un monito costante affinché non si ripetano gli orrori del passato, si superi ogni forma di odio e di razzismo e si promuovano il rispetto e la dignità della persona umana.

Nella Rete come la brezza leggera che sentì Elia


nell’ambiente digitale, dove è facile che si levino voci dai toni troppo accesi e conflittuali, e dove a volte il sensazionalismo rischia di prevalere, siamo chiamati a un attento discernimento. E ricordiamo, a questo proposito, che Elia riconobbe la voce di Dio non nel vento impetuoso e gagliardo, né nel terremoto o nel fuoco, ma nel «sussurro di una brezza leggera» (1 Re19,11-12). Dobbiamo confidare nel fatto che i fondamentali desideri dell’uomo di amare e di essere amato, di trovare significato e verità - che Dio stesso ha messo nel cuore dell’essere umano - mantengono anche le donne e gli uomini del nostro tempo sempre e comunque aperti a ciò che il beato Cardinale Newman chiamava la “luce gentile” della fede.

          Occorre discernimento sempre, discernimento e discrezione in tutto – come ha insegnato Teresa di Gesù in ogni pagina delle sue opere. Le parole che abbiamo riportato in corsivo, però, sono tratte dal messaggio del Santo Padre  Benedetto XVI, per la XLVII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”, che vi invitiamo a leggere integralmente cliccando qui
Il Papa ha offerto un’analisi misurata sia delle opportunità offerte dalle rete sociali, sia del metodo che chi opera nel mondo della comunicazione e cultura cattoliche dovrebbe adottare, senza lasciarsi trascinare né dalla voglia di appiattirsi sui  linguaggi tipici di questo tipo di comunicazione e né dalla foga di evangelizzare.
Bisogna essere rispettosi, disponibili, pazienti nel confronto. Sarà questo il segno distintivo, il  “modo particolarmente significativo di rendere testimonianza”. Da questa presenza discreta, ma convinta e credibile possono nascere relazioni, può un confronto costruttivo su temi importanti, possono nascere vocazioni, possono nascere gruppi di preghiera.

Ma (e anche qui S. Teresa ci rimprovererebbe “Che vi dico continuamente?”) “se la nostra condivisione del Vangelo è capace di dare buoni frutti, è sempre grazie alla forza propria della Parola di Dio di toccare i cuori, prima ancora di ogni nostro sforzo. La fiducia nella potenza dell’azione di Dio deve superare sempre ogni sicurezza posta sull’utilizzo dei mezzi umani”. 
Allora, facciamo di questo blog, del prossimo che nascerà (una sorpresa!), delle pagine FB delle Fraternità, dei nostri tweet  piccoli trasmettitori della bellezza, della pace e della gioia che la fede infonde in ciascuno. Quando siamo presenti agli altri,- ci dice il Papa -  in qualunque modo, noi siamo chiamati a far conoscere l’amore di Dio sino agli estremi confini della terra.  Nella semplicità e nella verità.
Stefania De Bonis

Insieme con il Papa preghiamo per la Siria


Vi chiedo di unirvi a me 

nella preghiera per la Siria, 

affinché il dialogo costruttivo 

prenda il posto dell’orribile violenza.

                                                                          Tweet del  Papa del 7 gennaio ore 12,00


Un appello a cui noi non possiamo non rispondere, essendo figli e figlie di Teresa di Gesù, la donna che più di ogni altra, sentì nell'animo i dolori e le lacerazioni della Chiesa, il suo anelito verso l'infinito, il suo amore per gli esclusi, la sua preoccupazione per il mondo in fiamme.



Il Papa invita a dialogare con Gesù


Sono un milione e stanno ancora crescendo coloro che dal "popolo" di Twitter stanno seguendo i messaggi del Papa. Oggi al termine dell’udienza generale, Papa Benedetto XVI ha inviato il primo tweet (vedi foto qui accanto):  “Cari amici, è con gioia che mi unisco a voi via twitter. Grazie per la vostra generosa risposta. Vi benedico tutti di cuore”. Poco dopo è stata scelta la prima domanda giunta su Twitter: "Come possiamo vivere meglio l'anno della fede nel nostro quotidiano?". Benedetto XVI ha risposto: "Dialoga con Gesù nella preghiera, ascolta Gesù che ti parla nel Vangelo, incontra Gesù che è presente in chi ha bisogno". 
Il Papa, come avevamo annunciato, dal 3 dicembre ha un proprio account, @Pontifex, in 8 lingue, dimostrando così di essere sempre più aperto alla comunicazione. 

Il Papa apre la porta della fede anche con un tweet


Dal 12 dicembre tutti gli utenti del Web 2.0 saranno i destinatari di un messaggio davvero speciale: un tweet (letteralmente cinguettìo) inviato dal Papa, neo utente del social network Twitter.
Sarà un “cinguettìo” di speranza e di benedizione, gioioso come quello che il Santo Padre appena ventiquattrenne sentì nel Duomo di Frisinga, il 29 giugno 1951, giorno della sua ordinazione sacerdotale, nell’attimo dell’imposizione delle mani sul capo (lo racconta  con grande semplicità nella sua autobiografia). E credo che tutti coloro che riconoscono in Benedetto XVI la guida dolce e autorevole del padre, sapranno accoglierlo così. Nello stesso tempo, ci auguriamo che per coloro che cercano ancora un senso da dare alla propria vita sia uno spiraglio di luce. Il resto, attraverso le parole del Papa, lo compirà il Signore. Teresa d'Avila diceva che "l'amore cresce comunicandolo".
Il messaggio veicolato da Twitter, il social network che permette di comunicare con brevi missive (140 caratteri al massimo), che il Santo Padre “lancerà” nella rete da mercoledì 12 dicembre è, come spiega una nota dell’Ufficio Stampa Vaticano, “un’espressione concreta della sua convinzione che la Chiesa deve essere presente nel mondo digitale (...) ed è in definitiva un appoggio agli sforzi di questi pionieri di assicurare che la buona notizia di Gesù Cristo e l’insegnamento della sua Chiesa possano permeare quel luogo pubblico di scambio e di dialogo che è stato creato dai social media. La presenza del Papa vuole essere un incoraggiamento a tutte le istituzioni ecclesiali e ai credenti a porre attenzione nello sviluppare un profilo appropriato per sé e per le proprie convinzioni nel 'continente digitale'”. Questo l'account ufficiale per l’Italia del Santo Padre: @pontifex_it.
La presenza del Papa su Twitter – prosegue la nota del VIS - rappresenterà la sua voce come voce di unità e di guida per la Chiesa, ma costituirà anche un pressante invito a tutti i credenti ad esprimere le loro 'voci', a coinvolgere i propri rispettivi 'followers' e 'amici' e a condividere con loro la speranza di un Vangelo che parla dell’incondizionato amore di Dio per ogni uomo e donna”.
L’idea della rete sociale come rete per tessere nuove relazioni sarà, infatti, il filo conduttore del nuovo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che Papa Benedetto XVI renderà noto il prossimo 24 gennaio, memoria di San Francesco di Sales, patrono delle comunicazioni, il cui titolo è “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”. Un titolo che lega strettamente il tema della comunicazione anche all’Anno della Fede che stiamo vivendo.
Un tema importante che ha sottesa l’immagine della “porta”, dell’aprirsi agli altri. Ed è importante che, aperta la porta, il nostro interlocutore scopra in noi l’anelito di verità, il cuore aperto alla speranza e la gioia di condividere la fede. Da mercoledì sarà il Papa ad aprire la sua porta, riaffermando così quanto ha scritto nella Lettera Apostolica con  cui ha indetto l’Anno della Fede:  … la fede implica una testimonianza ed un impegno pubblici. Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato. La fede è decidere di stare con il Signore per vivere con Lui. E questo “stare con Lui” introduce alla comprensione delle ragioni per cui si crede. La fede, proprio perché è atto della libertà, esige anche la responsabilità sociale di ciò che si crede. La Chiesa nel giorno di Pentecoste mostra con tutta evidenza questa dimensione pubblica del credere e dell’annunciare senza timore la propria fede ad ogni persona. È il dono dello Spirito Santo che abilita alla missione e fortifica la nostra testimonianza, rendendola franca e coraggiosa.” (Benedetto XVI, Porta Fidei).
Stefania De Bonis

Benedetto XVI: "Crescere nella Fede"

Cari amici, il nostro tempo richiede cristiani che siano stati afferrati da Cristo, che crescano nella fede grazie alla familiarità con la Sacra Scrittura e i Sacramenti. Persone che siano quasi un libro aperto che narra l’esperienza della vita nuova nello Spirito, la presenza di quel Dio che ci sorregge nel cammino e ci apre alla vita che non avrà mai fine.
                                                                                                                                    Benedetto XVI

Teresa di Gesù, nel Libro della Vita scrisse (capitolo 27): "Mi pareva che Gesù Cristo mi camminasse sempre al fianco, ma non vedevo in che forma, perché non in visione immaginaria. Sentivo che mi stava al lato destro, testimone di tutto ciò che facevo. Se non ero molto distratta, non vi era istante che mi raccogliessi senza sentirmelo d'accanto".

IL PAPA E LE CATECHESI SUL "CREDO"


L’Udienza generale del Santo Padre ha oggi inaugurato un nuovo ciclo di catechesi che ci faranno da guida lungo l’Anno della Fede appena cominciato. E verterà, ha spiegato oggi il Papa, sulla meditazione del Credo:
“Anche oggi abbiamo bisogno che il Credo sia meglio conosciuto, compreso e pregato. Soprattutto è importante che il Credo venga, per così dire, «riconosciuto». Conoscere, infatti, potrebbe essere un’operazione soltanto intellettuale, mentre «riconoscere» vuole significare la necessità di scoprire il legame profondo tra le verità che professiamo nel Credo e la nostra esistenza quotidiana, perché queste verità siano veramente e concretamente - come sempre sono state - luce per i passi del nostro vivere, acqua che irrora le arsure del nostro cammino, vita che vince certi deserti della vita contemporanea. Nel Credo si innesta la vita morale del cristiano, che in esso trova il suo fondamento e la sua giustificazione”.


Per noi carmelitani teresiani dovrebbe essere chiaro quello che intende papa Benedetto. Recitare il Credo comprendendone il significato di ogni parola, di ogni concetto espresso, ci riporta nel cuore della fede e nell’incontro con Colui al quale ci rivolgiamo nella preghiera. Teresa di Gesù, infatti,  che parla del Credo sei volte nel libro della Vita (rivelando come fosse la preghiera che spesso si recitava poco prima di morire) e due nel Cammino di Perfezione, proprio in quest’opera -in cui ci spiega come recitare le preghiere vocali - scrive: Voi siete Re, o mio Dio, Re eterno ed immenso, e di un regno non certo datovi ad imprestito Quando nel Credo si dice che il vostro regno non avrà fine,2 trasalisco di gioia. Sì, il vostro regno sarà eterno, e io vi lodo e benedico! E perché allora, o mio Dio, permettete che parlando con Voi si tenga per sufficiente farlo solo con le labbra? (C 22,1)

“Nelle catechesi di quest’Anno della fede - ha detto Papa Benedetto - vorrei offrire un aiuto per compiere questo cammino, per riprendere e approfondire le verità centrali della fede su Dio, sull’uomo, sulla Chiesa, su tutta la realtà sociale e cosmica, meditando e riflettendo sulle affermazioni del Credo. E vorrei che risultasse chiaro che questi contenuti o verità della fede (fides quae) si collegano direttamente al nostro vissuto; chiedono una conversione dell’esistenza, che dà vita ad un nuovo modo di credere in Dio (fides qua). Conoscere Dio, incontrarlo, approfondire i tratti del suo volto mette in gioco la nostra vita, perché Egli entra nei dinamismi profondi dell’essere umano”.

Il Papa ha fatto riferimento anche al Catechismo della Chiesa Cattolica, costruito appunto sulla scansione del Credo. A questa preghiera che è la nostra professione di fede (pronunciata forse troppo  velocemente nella Santa Messa, dopo l’omelia del celebrante) nel 1967, quando era professore a Tubinga, Joseph Ratzinger dedicò una serie di lezioni che poi raccolse in “Introduzione al Cristianesimo”, pubblicato due anni dopo. Il libro che è divenuto un best seller è proprio la dimostrazione di come il pensiero del Papa si sia sviluppato e approfondito, con la grazia che oggi gli dona il suo ministero, attorno al nucleo della verità della fede. Conoscere per credere e per dire un sì libero e consapevole. È il percorso di tanti “pionieri” della fede, come li ha definiti proprio Benedetto XVI all’apertura della Anno della Fede. Tra questi "pionieri" c’è sicuramente Teresa di Gesù. Lo scopriremo ancora di più quest’anno con la lettura del Castello Interiore in cui il cammino di fede è cammino di conoscenza di sé e di Dio.  

Stefania D.B. ocds

GRAZIE SANTO PADRE.

Alle 21 il Papa si è affacciato alla finestra del suo studio sulla piazza illuminata dalle fiaccole.
Cinquant’anni fa anch’io sono stato qui in piazza, con lo sguardo verso questa finestra dove si è affacciato il buon papa, il beato papa Giovanni, e ha parlato a noi con parole indimenticabili, parole piene di poesia e bontà, parole del cuore. Eravamo felici e pieni di entusiasmo. Il grande Concilio ecumenico era inaugurato, eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera della Chiesa, una nuova pentecoste, una nuova presenza forte della grazia liberatrice del Vangelo”.

Anche oggi siamo felici, portiamo gioia nel nostro cuore, ma direi una gioia forse più sobria, una gioia umile. In questi 50 anni  abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e che nel campo del Signore c’è sempre anche la zizzania, che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi, abbiamo visto che la fragilità umana è presente nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che la minacciano. E qualche volta abbiamo pensato: Il Signore dorme, ci ha dimenticato”.
Ma come sempre Papa Benedetto ha parole di speranza: “il Signore non ci dimentica e in questi anni abbiamo fatto pure una nuova esperienza della presenza del Signore. “Il fuoco dello Spirito Santo, il fuoco di Cristo - ha sottolineato -, non è il fuoco divoratore e distruttivo, è un fuoco silenzioso, è una piccola fiamma di bontà e di verità, si trasforma, dà luce e calore. Abbiamo visto che il Signore non ci dimentica”,
 “Se Cristo vive è con noi anche oggi e possiamo essere felici perché la sua bontà non si spegne”. Infine, il Papa ha fatto proprie le celebri parole di papa Giovanni. “Andate a casa, date un bacio ai bambini e dite: è del Papa”.

Grazie Santo Padre,
è bello sentirsi figli di questa Chiesa che vuole camminare, con Lei, verso Cristo, verso la vera gioia. Grazie per la sua testimonianza di vita.

MESSAGGIO DEL PAPA PER I 450 ANNI DELLA RIFORMA TERESIANA




Città del Vaticano, 16 luglio 2012 (VIS). Il Santo Padre Benedetto XVI ha fatto pervenire un messaggio al Vescovo Jesús Garcia Burillo, di Avila (Spagna), in occasione del 450° anniversario della fondazione del monastero di San José di Avila e l'inizio della riforma del Carmelo ad opera di Santa Teresa di Gesù.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
Al venerato Fratello
Monsignor Jesús García Burillo
Vescovo di Avila


1. Resplendens stella. «Come una stella di vivissimo splendore» (Libro della Vita 32, 11). Con queste parole il Signore incoraggiò Santa Teresa di Gesù a fondare ad Avila il monastero di San José, inizio della riforma dell'ordine carmelitano, del quale, il prossimo 24 agosto, si celebrerà il 450° anniversario. In occasione di questa felice ricorrenza, desidero unirmi alla gioia dell'amata diocesi di Avila, dell'ordine dei carmelitani scalzi, del Popolo di Dio che peregrina in Spagna e di tutti quelli che, nella Chiesa universale, hanno trovato nella spiritualità teresiana una luce sicura per scoprire che attraverso Cristo all'uomo giunge un vero rinnovamento della sua vita. Innamorata del Signore, questa illustre donna non desiderò altro che compiacerlo in tutto. In effetti, un santo non è colui che compie grandi imprese basandosi sull'eccellenza delle sue qualità umane, ma chi permette con umiltà che a Cristo di penetrare nella sua anima, di agire attraverso la sua persona, di essere Lui il vero protagonista di tutte le sue azioni e i suoi desideri, colui che ispira ogni iniziativa e sostiene ogni silenzio.


2. Lasciarsi guidare in questo modo da Cristo è possibile solo per chi ha un'intensa vita di preghiera. Questa consiste, con le parole della Santa d'Avila, nel «parlare dell'amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama» (Libro della Vita, 8 e 5). La riforma dell'ordine carmelitano, il cui anniversario ci colma di gioia interiore, nasce dalla preghiera e tende alla preghiera. Nel promuovere un ritorno radicale alla Regola primitiva, allontanandosi dalla Regola mitigata, santa Teresa di Gesù voleva propiziare una forma di vita che favorisse l'incontro personale con il Signore, per la qual cosa basta «solo di ritirarsi in solitudine, sentirlo dentro di sé e non meravigliarsi di ricevere un tale Ospite». (Cammino di Perfezione, 28, 2). Il monastero di San José nasce proprio perché le sue figlie abbiano le condizioni migliori per trovare Dio e stabilire una relazione profonda e intima con Lui.


3, Santa Teresa propose un nuovo modo di essere carmelitana in un mondo a sua volta nuovo. Quelli furono «tempi duri» (Libro della Vita 33,5). E in essi, secondo questa Maestra dello spirito, «sono necessari forti amici di Dio a sostegno dei deboli» (ibidem 15,5). E insisteva con eloquenza: «Il mondo è in fiamme; vogliono nuovamente condannare Cristo, come si dice, raccogliendo contro di lui mille testimonianze; vogliono denigrare la sua Chiesa, e dobbiamo sprecare il tempo nel chiedere cose che, se per caso Dio ce le concedesse, ci farebbero avere un'anima di meno in cielo? No, sorelle mie, non è il momento di trattare con Dio d'interessi di poca importanza» (Cammino di Perfezione 1,5). Non ci risulta familiare, nella congiuntura attuale, una riflessione che c'illumina tanto e c'interpella, fatta più di quattro secoli fa dalla Santa mistica?

CON IL PAPA, DAVANTI A GESU'





«Il buon Gesù,... visto che era necessario farci
guardare al suo amore per risvegliarci, e non
una volta sola, ma ogni giorno, prese la decisione
di restare con noi. E poiché era cosa di assai
grande importanza e gravità, volle che venisse
dalle mani del suo eterno Padre».
(Teresa di Gesù, Cammino di perfezione 33,2)

"Nel momento dell’adorazione, noi siamo tutti sullo stesso piano, in ginocchio davanti al Sacramento dell’Amore. (…)  Stare tutti in silenzio prolungato davanti al Signore presente nel suo Sacramento, è una delle esperienze più autentiche del nostro essere Chiesa, che si accompagna in modo complementare con quella di celebrare l’Eucaristia, ascoltando la Parola di Dio, cantando, accostandosi insieme alla mensa del Pane di vita.
 Comunione e contemplazione non si possono separare, vanno insieme. Per comunicare veramente con un’altra persona devo conoscerla, saper stare in silenzio vicino a lei, ascoltarla, guardarla con amore. Il vero amore e la vera amicizia vivono sempre di questa reciprocità di sguardi, di silenzi intensi, eloquenti, pieni di rispetto e di venerazione, così che l’incontro sia vissuto profondamente, in modo personale e non superficiale. E purtroppo, se manca questa dimensione, anche la stessa comunione sacramentale può diventare, da parte nostra, un gesto superficiale. Invece, nella vera comunione, preparata dal colloquio della preghiera e della vita, noi possiamo dire al Signore parole di confidenza, come quelle risuonate poco fa nel Salmo responsoriale: «Io sono tuo servo, figlio della tua schiava: / tu hai spezzato le mie catene. / A te offrirò un sacrificio di ringraziamento / e invocherò il nome del Signore» (Sal 115,16-17)".
Benedetto XVI, dall'omelia della S. Messa del Corpus Domini

LE PAROLE DEL PAPA


Il Papa, al termine dell’udienza generale di mercoledì 30 maggio 2012 (udienza quanto mai gremita di fedeli che hanno manifestato tutto il loro affetto per Benedetto XVI), ha detto con pacata risolutezza:

 Gli avvenimenti successi in questi giorni circa la Curia ed i miei collaboratori hanno recato tristezza nel mio cuore, ma non si è mai offuscata la ferma certezza che nonostante la debolezza dell’uomo, le difficoltà e le prove, la Chiesa è guidata dallo Spirito Santo e il Signore mai le farà mancare il suo aiuto per sostenerla nel suo cammino. Si sono moltiplicate, tuttavia, illazioni, amplificate da alcuni mezzi di comunicazione, del tutto gratuite e che sono andate ben oltre i fatti, offrendo un’immagine della Santa Sede che non risponde alla realtà. Desidero per questo rinnovare la mia fiducia, il mio incoraggiamento ai miei più stretti collaboratori e a tutti coloro che quotidianamente, con fedeltà, spirito di sacrificio e nel silenzio mi aiutano nell’adempimento del mio ministero”.

Queste le parole del Papa che ha ripreso il tema della consolazione nelle prove, approfondito nel corso della catechesi in cui ha commentato la seconda lettera di San Paolo ai Corinzi (2Cor 1,3-14.19-20), applicandolo agli eventi di questi giorni. Traiamone un grande insegnamento, per la nostra vita. E nello stesso tempo dobbiamo imparare a considerare la Chiesa "guidata dallo Spirito Santo", impariamo a testimoniare l'immagine vera della Chiesa. E accogliamo anche noi il messagio che il Papa ha lanciato a chiusura del suo breve intervento: per la Chiesa e per sostenere il ministero del Papa si lavora "con fedeltà, spirito di sacrificio e nel silenzio". Direbbe S. Teresa che occorre discrezione in tutto. E rispetto.


L’ASCENSIONE DI GESU’ e LA SALITA AL  MONTE CARMELO


La preghiera del Regina Coeli è stata preceduta  da una riflessione del Papa sull'Ascensione nel corso della quale è stato citato un passo della Salita al Monte Carmelo. 
l'immagine è tratta da un dipinto
di p. Vincenzo Caiffa ocd

 (…) Cari amici - ha detto  il santo Padre  - l’Ascensione ci dice che in Cristo la nostra umanità è portata alle altezze di Dio; così, ogni volta che preghiamo, la terra si congiunge al Cielo. E come l’incenso, bruciando, fa salire in alto il suo fumo, così, quando innalziamo al Signore la nostra fervida e fiduciosa preghiera in Cristo, essa attraversa i cieli e raggiunge Dio stesso, viene da Lui ascoltata ed esaudita.

 Nella celebre opera di san Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo, leggiamo che «per vedere realizzati i desideri del nostro cuore, non v’è modo migliore che porre la forza della nostra preghiera in ciò che più piace a Dio. Allora, Egli non ci darà soltanto quanto gli chiediamo, cioè la salvezza, ma anche quanto Egli vede sia conveniente e buono per noi, anche se non glielo chiediamo» (Libro III, cap. 44, 2, Roma 1991, 335).

 Supplichiamo infine la Vergine Maria, perché ci aiuti a contemplare i beni celesti, che il Signore ci promette, e a diventare testimoni sempre più credibili della sua Resurrezione, della vera vita.

Papa Benedetto XVI, Regina Coeli 20 maggio 2012




CULTURA, VOLONTARIATO E LAVORO NELLA VITA DEL LAICO CRISTIANO



Sabato 19 maggio nel corso dell’Udienza al Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, alla Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario e al Movimento Cristiano Lavoratori,  il Papa  ha delineato l’impegno nella cultura e nella società del fedele laico. Pubblichiamo qui di seguito un ampio stralcio del suo discorso, che può aiutarci nel lavoro di verifica del ruolo del laico carmelitano nella società di oggi.


Cultura, volontariato e lavoro costituiscono un trinomio indissolubile dell’impegno quotidiano del laicato cattolico, che intende rendere incisiva l’appartenenza a Cristo e alla Chiesa, tanto nell’ambito privato quanto nella sfera pubblica della società. Il fedele laico si mette propriamente in gioco quando tocca uno o più di questi ambiti e, nel servizio culturale, nell’azione solidale con chi è nel bisogno e nel lavoro, si sforza di promuovere la dignità umana. Questi tre ambiti sono legati da un comune denominatore: il dono di sé.
 L’impegno culturale, soprattutto quello scolastico ed universitario, teso alla formazione delle future generazioni, non si limita, infatti, alla trasmissione di nozioni tecniche e teoriche, ma implica il dono di sé con la parola e con l’esempio. Il volontariato, risorsa insostituibile della società, comporta non tanto il dare delle cose, ma il dare se stessi in aiuto concreto verso i più bisognosi.
 Il lavoro infine non è solo strumento di profitto individuale, ma momento in cui esprimere le proprie capacità spendendosi, con spirito di servizio, nell’attività professionale, sia essa di tipo operaio, agricolo, scientifico o di altro genere.
 Ma per voi tutto questo ha una connotazione particolare, quella cristiana: la vostra azione deve essere animata dalla carità; ciò significa imparare a vedere con gli occhi di Cristo e dare all’altro ben più delle cose necessarie esternamente, donargli lo sguardo, il gesto d’amore di cui ha bisogno. Questo nasce dall’amore che proviene da Dio, il quale ci ha amati per primo, nasce dall’intimo incontro con Lui (cfr Deus Caritas est, 18). San Paolo, nel discorso di congedo dagli anziani di Efeso, ricorda una verità espressa da Gesù: «Si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35).
Cari amici, è la logica del dono, una logica spesso bistrattata, che voi valorizzate e testimoniate: donare il proprio tempo, le proprie abilità e competenze, la propria istruzione, la propria professionalità; in una parola, donare attenzione all’altro, senza aspettare contraccambio in questo mondo; e vi ringrazio per questa grande testimonianza. Così facendo non solo si fa il bene dell’altro, ma si scopre la felicità profonda, secondo la logica di Cristo, che ha donato tutto se stesso.
 La famiglia è il primo luogo in cui si fa esperienza dell’amore gratuito; e quando ciò non accade, la famiglia si snatura, entra in crisi. Quanto viene vissuto in famiglia, il donarsi senza riserve per il bene dell’altro è un momento educativo fondamentale per imparare a vivere da cristiani anche il rapporto con la cultura, il volontariato e il lavoro” (PP. Benedetto XVI).


OSARE UNA NUOVA PARTENZA

«Osare una nuova partenza» è il titolo del  98° Katholikentag, la manifestazione dei cattolici tedeschi che quest'anno si svolge a Mannheim. Per l'occasione il Santo Padre ha inviato un messaggio che invitiamo a leggere nella sua versione integrale poiché è importante anche per noi: ci guida a individuare il nostro posto nella Chiesa, la nostra missione. E' sorprendente e significativo vedere come questo messaggio s'intrecci con i temi e il cammino del laico carmelitano teresiano nella Chiesa, messi in risalto dalla conferenza del nostro Preposito Generale. E' segno della profonda ecclesialità del nostro Ordine e che gli uomini di preghiera e di grande sensibilità intellettuale camminano sulla stessa strada, verso l'Unica Destinazione: "la relazione vivifica con Dio", dice il Papa. "L'unione trasformante", secondo un termine più familiare nel Carmelo.

Leggiamo un passaggio delle parole del Papa.

«Che cosa ci vogliono dire in realtà queste parole? Partire significa mettersi in moto, mettersi in cammino. Spesso, però, implica anche la decisione di cambiare e rinnovare. Può partire solo chi è disposto a lasciarsi dietro il vecchio e affrontare il nuovo. Questo che cosa significa però per la comunità della Chiesa, che secondo l'Apostolo Paolo è il Corpo mistico di Cristo? Cristo è il Capo e noi siamo le membra. Non possiamo manipolare la Chiesa nel suo Capo, piuttosto, come membra, siamo chiamati a orientarci sempre di nuovo al Capo, l'«autore e perfezionatore» della nostra fede (cfr.Eb 12, 2). Il rinnovamento dà frutto solo se avviene a partire da ciò che è veramente nuovo di Cristo, che è via, verità e vita (cfr. Gv 14, 6).Quindi la partenza riguarda ogni credente in modo personale e intimo. Attraverso il Battesimo siamo nuovi in Cristo. Il Signore ha liberato la nostra umanità dalla schiavitù del peccato e l'ha «fatta partire» verso la relazione vivifica con Dio. Questa partenza donata a partire da Dio deve quindi diventare sempre una partenza personale verso Dio. Ognuno deve preoccuparsi della sua fede personale, di viverla concretamente e di continuare a svilupparla. Ma nella nostra fede non siamo soli, isolati dagli altri. Crediamo con e nella comunità della Chiesa. La partenza di ogni battezzato è allo stesso tempo partenza nella Chiesa e con essa! (...)  A chi, come voi, ha ancora la vita davanti, viene continuamente chiesto di prendere decisioni e, anche in caso di delusioni, di rialzarsi e di modellare con forza il futuro. Abbiate il coraggio di orientarvi a Gesù Cristo! Rafforzatevi gli uni gli altri nella fede! Sostenete tra i vostri amici, a scuola, al lavoro, il messaggio del Vangelo! Così come Cristo ama la Chiesa (cfr. Ef 5, 25), anche noi vogliamo amare la Chiesa. Sì, identificatevi con la Chiesa, perché Cristo s'identifica con la Chiesa, perché Cristo s'identifica con noi! Attingete alla vita e alla verità che Cristo ci dona nella Chiesa! Tutti noi vogliamo portare questo tesoro dell'amore di Dio agli uomini nel nostro Paese».