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Iniziamo con fede e con l'aiuto dei nostri santi l'Avvento

 

«Risvegliaci e illuminaci, Signore mio, affinché conosciamo e amiamo i beni che ci porgi continuamente, e sapremo che ti sei mosso a farci grazia e che ti sei ricordato di noi» (Giovanni della Croce, ocd FB 4,9).

L’Avvento è il “tempo forte” della Chiesa nel quale siamo invitati ad una preghiera più intensa. Una preghiera nella quale non chiediamo qualcosa, ma cerchiamo ed aspettiamo qualcuno, Gesù Cristo. Dobbiamo intensificare l’orazione come “sete di Dio”, alla quale ci invita soprattutto il Vangelo, quando ci chiede di «vegliare e pregare in ogni momento», in modo che la nostra attesa di Lui sia sostenuta dalla speranza cristiana. Ma domandiamoci: è possibile “pregare in ogni momento” come comanda il Signore, o “pregare ininterrottamente», come chiede san Paolo ai suoi discepoli di Tessalonica? No. E’ lo stesso Apostolo che, rimproverando i Tessalonicesi per un’attuazione letterale del suo comando, ci invita a distinguere lo “stato di preghiera” dall’atto di pregare. Lo “stato di preghiera” è la percezione continua di essere alla presenza di Dio (lo insegna Teresa di Gesù, la vita di preghiera di Fra Lorenzo della Risurrezione). E questa possiamo averla anche durante il lavoro o lo svago. L’atto della preghiera suppone, invece, che cessiamo le altre occupazioni per dialogare personalmente con Dio. Abbiamo bisogno di entrambe.
La prima domenica di Avvento c'invita a essere vigili, ad alzare lo sguardo verso il Cielo. Il santo carmelitano Giovanni della Croce a commento della sua  "Fiamma d’amor viva",  parla del risveglio di Dio nell’anima, del Verbo sposo nel fondo dell’anima, che è una sorta di un movimento che il Verbo produce nella sostanza dell’anima. Così l’anima stessa è risvegliata dal sonno grazie al risveglio di Dio in lei, e passa da una conoscenza naturale ad una conoscenza soprannaturale che permette di «conoscere le creature mediante Dio e non Dio mediante le creature, ciò significa conoscere gli effetti mediante la loro causa e non la causa mediante gli effetti» (FB 4,5).
Ma S. Giovanni della Croce (di cui il 14 dicembre celebriamo la memoria liturgica che per noi carmelitani è solennità) è anche colui che per celebrare nel periodo in cui fu imprigionato il tempo sacro dell'Avvento, si dedicò a ri-esprimere, in poesia, il Prologo del Vangelo di Giovanni e il Vangelo dell'Infanzia di Gesù, componendo così Nove Romanze, trinitarie e cristologiche. In quel secolo, la creazione poetica e musicale delle "Romanze" era un fenomeno molto diffuso che impregnava la vita e la cultura popolare della Spagna.

QUINTA ROMANZA (l'attesa)

..la speranza lunga
e il crescente desiderio
di godere con lo Sposo
di continuo li affliggeva…

Dicean gli uni:… "Orsù, Signore
Invia chi ci devi mandare!"
Ed altri: "Oh, se squarciassi
I cieli e potessi ammirare
con i miei occhi la tua discesa…!"

Altri dicevan: "Felice
chi in quel tempo vivrà,
e con i suoi occhi mortali
di veder Dio meriterà,

e toccarlo con le mani
e stare in sua compagnia
e godere dei misteri
che ordinerà in armonia!".

DOVE TI NASCONDESTI…?

Riflessione di p. Enzo Caiffa ocd

Da diversi mesi, stiamo vivendo e attraversando tempi difficili e pericolosi poiché il coronavirus sta minacciando la vita degli esseri umani in tutto il mondo. Viviamo anche altre difficoltà politiche, economiche, sociali che fanno male e che danneggiano ognuno di noi. Una grande prova, quindi che ci pone di fronte a una domanda : Che cosa siamo?
Qual è la risposta?
Per il credente, la risposta dovrebbe essere chiara ed è una sola: Sono, immagine viva di Dio!
Una storia stupenda, voluta da Dio, ma pur faticosa e drammatica! Dio crea l’uomo a “sua immagine”, costituendolo signore del creato; ma ad un certo momento, l’uomo non vuole più essere semplicemente immagine e così tutto …va in frantumi! Dio però, che è Amore onnipotente, ricompone l’immagine più splendida che mai, mandando il suo Unigenito nel mondo, perché Lui, immagine perfetta, salvi l’uomo dall’abisso del peccato e lo trasformi di luce in luce rendendolo simile a sé, fino a ricondurlo nella Patria, dove l’immagine si perderà nel Suo Esemplare e il Signore sarà il Signore glorioso dell’uomo, della storia, dell’universo.
Formuliamo una ulteriore domanda: Nel quadro, allora, della nostra storia, di questa emergenza sanitaria io, Carmelitano Scalzo, al quale viene chiesto dal Signore, dalla Chiesa, qualcosa di più, chi sono? cosa faccio?
Noi tutti dovremmo sapere che la missione più attuale e più urgente del Carmelo nel mondo inquieto e vertiginoso di oggi, devastato dal rumore e dalla dissipazione, emerge dalla natura stessa del suo mistero che è essenzialmente interiorità, preghiera, raccoglimento, contemplazione. Dove ogni vero Carmelitano deve rendere familiare la Presenza di Dio.
Tutto ciò, ci viene proposto con sublimità di dottrina da tutti i nostri Santi, maestri di vita spirituale!
Per esempio il nostro Santo Padre Giovanni della Croce, addita come termine terreno del cammino spirituale lo stato di unione in cui l’anima si trasforma in Dio per amore; lo stato più alto a cui si possa giungere in questo mondo. Così si esprime, mettendo sulla bocca della sposa del Cantico: “Godiam l’un l’altro, Amato in tua beltà a contemplarci andiamo, sul monte e la collina, dove acqua pura sgorga; dove è più folto dentro penetriamo”.
E’ giusto, quindi domandarci: abbiamo qualcosa da dire e da dirci perché ci serva per riflettere seriamente sulla nostra vita e quali sono le scelte dell’uomo per il quale noi carmelitani “Siamo davanti a Lui”? (Edit Stein).
Credo che molti uomini e donne , in questo periodo di pandemia, carico di pericoli e incertezze, si siano posto, come sempre, la domanda : Dio dove sei?
É come sentire la domanda della sposa del Cantico dei Cantici: “Dove ti nascondesti in gemiti lasciandomi, Diletto?”
Ancora una volta ci viene in aiuto S. Giovanni della Croce e ci dice che è il grido dell’anima desiderosa di unione con Dio. Ci dice che c’è un livello più profondo che dobbiamo scoprire e che è quello di una visione di fede della storia, con la presenza di Dio in mezzo alle tribolazioni e alle prove dell’umanità. L’oscurità, la tenebra, la mancanza di evidenza appartengono alla natura della fede. Evidenziare e vivere questo aspetto della fede è il primo tratto caratteristico della vocazione carmelitana. Abbiamo bisogno di essere compresi dalla trascendenza di Dio, per non rischiare di rendere il Signore così “spicciolo”, semplice, elementare da pretendere o illudersi di capirlo, di conoscerlo. Una fede che scende in profondità, senza fermarsi in superficie, alle apparenze. Questo desiderio nasce in ogni cristiano fervente che rigenerato dal Battesimo e rivestito dalla grazia divina, prende pienamente coscienza delle virtualità contenute nella sua elevazione allo stato di figlio di Dio e aspira a vederle attuate.
L’uomo ha bisogno di Dio! Io ho bisogno di Dio!
Tale bisogno trova la sua prima radice nella nostra condizione di creature. I nostri contemporanei si sono convinti, che per essere liberi, occorra non dipendere da nessuno. È un tragico errore! 
La diffidenza dei moderni riguardo a ogni forma di dipendenza spiega molti mali. Essa , purtroppo, non ha cessato di diffondere i suoi effetti nefasti. Se dipendere da un altro, viene infatti percepito come una negazione della libertà, ogni relazione vera e durevole sembrerà pericolosa. L’uomo si ritrova prigioniero di se stesso. Pertanto l’essere figli, che ci fa dipendere da un padre e da una madre, diventa per noi contemporanei un ostacolo alla pienezza della libertà. Questa esperienza è insopportabile per l’uomo contemporaneo, il quale vorrebbe essere l’unica causa di tutto ciò che gli capita e di tutto ciò che egli è. Ricevere gli sembra in contrasto con la propria dignità. L’ educazione ricevuta dai nostri genitori appare come un’offesa a una libertà che pensa se stessa come auto creatrice. A maggior ragione, l’idea di ricevere la nostra natura di uomini e di donne da un Dio Creatore diventa umiliante e alienante. Secondo questa logica, è necessario negare la nozione stessa di natura umana o la realtà di un sesso che non è stato scelto.
Credo sia giunto il momento di liberare l’uomo da questo odio per tutto ciò che ha ricevuto. 
“Dove la libertà del fare diventa la libertà di farsi da se, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso e con ciò, infine, anche l’uomo quale creatura di Dio, quale immagine di Dio viene avvilito nell’essenza del suo essere” ( Benedetto XVI).
Noi esistiamo e lo crediamo per fede, solo perché Dio ci ha creati e ci conserva nell’esistenza; anzi abbiamo bisogno di lui continuamente per vivere e per agire. Anche le nostre azioni sono dipendendo dall’Essere supremo che deve darcene la capacità pur nelle cose minime: “senza di Lui non possiamo nulla”. Vi sono poi tante situazioni umane, quella, per esempio che stiamo vivendo: l’emergenza del coronavirus, dinnanzi alle quali l’uomo serio e prudente prende più che mai coscienza della sua limitatezza e dell’incertezza della riuscita, spesso dipendente da condizioni che sfuggono in gran parte al suo influsso personale. Allora soprattutto sente la necessità di ricorrere a Dio, di fare appello alla sua onnipotenza e provvidenza, e umilmente chiede al suo Signore di concedergli ciò che supera le sue possibilità. 
L’uomo ha bisogno di Dio e del ricorso a Lui!
Purtroppo sono numerosissimi coloro, anche cristiani, che non coltivano questa bella inclinazione o che la lasciano soffocare dalle tante tendenze e passioni naturali che li trascinano verso le creature allontanandoli da Dio e dove tocchiamo con mano una crisi culturale e identitaria. L’uomo, soprattutto nell’occidente, non sa più chi è, perché non sa più e non vuole più sapere chi l’ha creato, chi l’ha plasmato. Motivo questo anche di una crisi di fede, di una crisi della Chiesa di una crisi del Sacerdozio, di una crisi della famiglia, l’odio per l’uomo, l’odio per la vita. qual è il pericolo? È la perdita della verità . “Conoscerete la verità, dice Gesù, e la verità vi farà liberi”.
Quando invece si cerca di dominare gli impulsi naturali e in tal modo si raggiunge una certa tranquillità interiore, allora si risveglia e si sprigiona facilmente l’inclinazione verso Dio, che era come nascosta e sepolta sotto il cumulo delle passioni. Ed ecco che il cristiano comincia a sentire il bisogno di Dio, di avvicinarsi a LUI, di restare con Lui, di entrare nella sua intimità, riaffiorano, allora, sulle labbra le parole dell’anima innamorata: “Dove ti nascondesti…?”
Noi , sicuramente desideriamo sapere dove è nascosto quel Dio cui aneliamo unirci, perciò ascoltiamo la risposta del nostro S. Padre Giovanni della Croce: “Affinché quest’anima sitibonda giunga a trovare lo Sposo e a unirsi a Lui con unione di amore in questa vita, per quanto è possibile… sarà bene che noi a nome dello Sposo rispondiamo, indicandone il luogo più certo dove Egli sta nascosto, affinché sicuramente lo trovi con la maggiore perfezione e sapore possibile...E’ da notarsi che il Verbo, Figlio di Dio, insieme al Padre e con lo Spirito Santo, essenzialmente e presenzialmente sta nascosto nell’intimo essere dell’anima...e qui che il buon contemplativo lo deve cercare con amore”...” o anima bellissima fra tutte le creature, che tanto brami di sapere dov’è il tuo Diletto per incontrarlo e unirti con Lui, ormai ti viene detto che tu stessa sei la stanza in cui dimora il nascondiglio dove si cela. Ben puoi rallegrarti sapendo che tutto il tuo bene, l’oggetto della tua speranza, ti sta così vicino da abitare in te o, per meglio dire, che tu non puoi stare senza di Lui” (Cant. Spir. I,6-7)
Chi brama l’unione con Dio non si contenta di sapere dove cercarlo; vuole qualcosa di più: vuole trovarlo!
La risposta del Santo presenta tutto un piano di conquista: “Dato che Colui che io Amo è dentro di me, perché non lo sento e non lo trovo?… la causa è che egli sta nascosto, e tu non ti nascondi al pari di Lui per trovarlo e sentirlo. Chi cerca una cosa nascosta deve penetrare fino al nascondiglio dove essa sta e, quando la trova, anch’egli è nascosto con quella” (Cant. Sp. 1,9).
Sì, Dio sta in noi, ma è nascosto, celato sotto il cumulo delle nostre preoccupazioni troppo umane, tutte volte all’attuazione dei piani personali a profitto e a vantaggio nostro, piani che vogliono realizzare senza tenere sufficientemente conto della volontà divina e dei diritti degli altri. Nel nostro interno c’è troppo spesso tutto un mondo di tendenze, di impulsi di passioni molto vive, che ci spingono verso le creature e ci inducono a dare ad esse il nostro cuore, ci fanno porre in loro la nostra speranza e cercare il nostro conforto nel loro ricordo. E noi viviamo in questo mondo superficiale, che ci occupa al tal punto da farci dimenticare una vita più profonda che potremmo vivere ma non viviamo, la vita veramente interiore dove l’anima si mette in relazione con il suo Dio e finisce col trovarlo. Il Signore ci aspetta, nel fondo dell’anima nostra, ma noi non vi entriamo, presi come siamo dai nostri affari ai quali va tutto il nostro interesse.
Ecco perché non lo troviamo!
Per trovarlo bisogna andare dove Egli sta, sottraendoci a una immersione eccessiva nelle creature. Bisogna “nascondersi al pari di Lui”, fuggire la vita superficiale per entrare nella vita profonda, abbandonare la cerchia più esteriore dei nostri interessi umani, dove tutto si muove intorno al nostro piccolo io, per scendere nel centro più profondo dell’anima dove essa impara a convivere con il suo Dio:
“Giacché dunque l’amato tuo Sposo è il tesoro nascosto nella vigna dell’anima tua...bisognerà che anche tu, dimenticando tutto e allontanandoti da tutte le creature, ti nasconda per trovarlo nell’intimo ritiro del tuo spirito. Qui serrata la porta dietro di te, cioè chiusa la volontà ad ogni cosa, pregherai nel nascondimento il Padre tuo, e allora nel nascondimento lo sentirai e lo amerai e lo gusterai di nascosto, ossia in maniera superiore ad ogni espressione e sentimento umano” (Cant. sp.1,9)
L’autentico carmelitano va a Dio così: con l’insaziabile ricerca della fede che lo rende familiarissimo ed insieme rispettosissimo del Signore. Solo la fede può mettere nell’anima l’intimo desiderio di perdersi nel mistero di Dio, può impegnare la vita a contemplare e, se occorre, anche a soffrire il mistero di DIO.
È la vocazione essenziale, cui dobbiamo essere fedeli fino alla morte!
E allora senza una chiara consapevolezza di chi siamo, o che cosa siamo, cosa sarebbe di noi semplici creature?
NULLA TI TURBI, NULLA TI SPAVENTI, SOLO DIO BASTA!

Un santo che ci aiuta a scoprire i nostri limiti e i nostri orizzonti

E' il 27 dicembre del 1726, l'Ordine dei Carmelitani Scalzi ha un altro santo! E' il piccolo frate che aveva affiancato S . Teresa d'Avila nella riforma dell'Ordine. San Giovanni della Croce.
Per conoscere meglio il nostro padre fondatore pubblichiamo l'omelia che il nostro padre generale ha dedicato al santo.
Clicca qui

I segreti della vita spirituale secondo Giovanni della Croce

Per la solennità di San Giovanni della Croce, il nostro p. Generale, p. Saverio Cannistrà, accompagnando nuovi frati che cominciano il percorso nell'Ordine, ci ha donato un'omelia intensa e formativa e ci ha ricordato che nelle pagine, a volte lunghe e ardue, di fra Giovanni c'è il pathos, il fuoco di questa esperienza: che l'uomo non è così come siamo abituati a pensarlo e la vita è molto di più di come la viviamo ordinariamente.

Per leggere il testo integrale clicca qui

Solennità di San Giovanni della Croce

S. Giovanni della Croce  nacque nel 1542 a Fontiveros, una cittadina della Castiglia. Il papà, Gonzalo de Yepes, di nobile origine toledana, aveva sposato, contro la volontà dei genitori, Caterina Alvarez, una giovane tessitrice. I due vissero allora nella casa di lei, dando alla luce tre bambini. Gonzalo, però, vittima di una epidemia, morì giovanissimo e la povera Caterina, cominciò fra mille difficoltà a crescere i suoi piccoli. Giovanni era il più piccolo e fu ospitato in un collegio per orfani, dove gli fu almeno concesso di studiare. Per mantenersi agli studi, quando crebbe, egli lavorò come infermiere. La vita di stenti non fu mai rattristata da infedeltà o screzi familiari e così Giovanni  comprese che la vita può essere una sublime avventura d’amore, benché sia così spesso impregnata di sofferenze.
Scrive di lui p. Antonio Sicari "A 21 anni chiese, dunque, di entrare nel convento carmelitano di Medina, iniziandovi gli studi che l’avrebbero condotto fino al sacerdozio. Poté così frequentare la prestigiosa Università di Salamanca. Lo studio affascinava la sua intelligenza acuta e argomentativa, mentre la preghiera e l’ascesi lo affinavano interiormente e fisicamente. A tale scopo aveva scelto per sè una cella piccola e buia, solo perché aveva una finestrella che guardava sul presbiterio della Chiesa: là passava lunghe ore, assorto nella contemplazione del tabernacolo."
Conosciuto come cantore della notte oscura, San Giovanni della Croce (di cui qui puoi leggere una biografia), fondatore con Teresa d'Avila del ramo carmelitano degli Scalzi, cui apparteniamo come laici, questo profilo non gli rende giustizia.
Piccolo, coraggioso, il "dottore mistico" fu descritto dci  a potuto essergli vicino come uomo da un "imperturbabile sorriso, che infondeva una serenità disarmante. Riservato, misurato, capace di adattarsi a tutte le situazioni. Al punto che quando agli inizi della riforma teresiana qualcuno cercò di di screditarlo presso i superiori, declinò l'aiuto di una monaca pronta a prendere le sue difese, Giovanni disse: «Non pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio. E dove non c’è amore, metta amore e ne riceverà amore».
 Juan è il "cantore di quell'emozionante "Fiamma viva d'amore", l'unione dell'anima con Dio; è colui che ci propone un cammino che sfocia nella libertà e nella gioia (come ben ci mostra, qui a destra,  il disegno di Suor Maria Cecilia del Volto Santo, ocd).
Sì, perché  Dio cerca l'uomo - spiega san Giovanni della Croce - più di quanto l'uomo cerca Lui.
L'approdo è un convito, il convito dell'amore, la certezza dell'incontro con Chi ci ha tanto amato da morire trafitto per noi.
L'amore è più forte di ogni cosa, più forte della morte.

San Giovanni della Croce. Ne parla il papa Emerito

Giovanni della Croce nacque nel 1542 nel piccolo villaggio di Fontiveros, vicino ad Avila, nella Vecchia Castiglia, da Gonzalo de Yepes e Catalina Alvarez. La famiglia era poverissima, perché il padre, di nobile origine toledana, era stato cacciato di casa e diseredato per aver sposato Catalina, un'umile tessitrice di seta. Orfano di padre in tenera età, Giovanni, a nove anni, si trasferì, con la madre e il fratello Francisco, a Medina del Campo, vicino a Valladolid, centro commerciale e culturale. Qui frequentò il Colegio de los Doctrinos, svolgendo anche alcuni umili lavori per le suore della chiesa-convento della Maddalena. Successivamente, date le sue qualità umane e i suoi risultati negli studi, venne ammesso prima co­me infermiere nell'Ospedale della Concezione, poi nel Collegio dei Gesuiti, appena fondato a Medina del Campo: qui Giovanni entrò diciottenne e studiò per tre anni scienze umane, retorica e lingue classiche. Alla fine della formazione, egli aveva ben chiara la propria vocazione: la vita religiosa e, tra i tanti ordini presenti a Medina, si sentì chiamato al Carmelo.
Nell’estate del 1563 iniziò il noviziato presso i Carmelitani della città, assumendo il nome religioso di Giovanni di San Mattia. L’anno seguente venne destinato alla prestigiosa Università di Salamanca, dove studiò per un triennio arti e filosofia. Nel 1567 fu ordinato sacerdote e ritornò a Medina del Campo per celebrare la sua Prima Messa circondato dall'affetto dei famigliari. 
Proprio qui avvenne il primo incontro tra Giovanni e Teresa di Gesù. L’incontro fu decisivo per entrambi: Teresa gli espose il suo piano di riforma del Carmelo anche nel ramo maschile dell'Ordine e propose a Giovanni di aderirvi “per maggior gloria di Dio”; il giovane sacerdote fu affascinato dalle idee di Teresa, tanto da diventare un grande sostenitore del progetto. I due lavorarono insieme alcuni mesi, condividendo ideali e proposte per inaugurare al più presto possibile la prima casa di Carmelitani Scalzi: l’apertura avvenne il 28 dicembre 1568 a Duruelo, luogo solitario della provincia di Avila. Con Giovanni formavano questa prima comunità maschile riformata altri tre compagni. Nel rinnovare la loro professione religiosa secondo la Regola primitiva, i quattro adottarono un nuovo nome: Giovanni si chiamò allora “della Croce”, come sarà poi universalmente conosciuto. Alla fine del 1572, su richiesta di santa Teresa, divenne confessore e vicario del monastero dell’Incarnazione di Avila, dove la Santa era priora. Furono anni di stretta collaborazione e amicizia spirituale, che arricchì entrambi. Α quel periodo risalgono anche le più importanti opere teresiane e i primi scritti di Giovanni.
L’adesione alla riforma carmelitana non fu facile e costò a Giovanni anche gravi sofferenze. L’episodio più traumatico fu, nel 1577, il suo rapimento e la sua incarcerazione nel convento dei Carmelitani dell'Antica Osservanza di Toledo, a seguito di una ingiusta accusa. Il Santo rimase imprigionato per mesi, sottoposto a privazioni e costrizioni fisiche e morali. Qui compose, insieme ad altre poesie, il celebre Cantico spirituale
Finalmente, nella notte tra il 16 e il 17 agosto 1578, riuscì a fuggire in modo avventuroso, riparandosi nel monastero delle Carmelitane Scalze della città. Santa Teresa e i compagni riformati celebrarono con immensa gioia la sua liberazione e, dopo un breve tempo di recupero delle forze, Giovanni fu destinato in Andalusia, dove trascorse dieci anni in vari conventi, specialmente a Granada. Assunse incarichi sempre più importanti nell'Ordine, fino a diventare Vicario Provinciale, e completò la stesura dei suoi trattati spirituali. Tornò poi nella sua terra natale, come membro del governo generale della famiglia religiosa teresiana, che godeva ormai di piena autonomia giuridica. Abitò nel Carmelo di Segovia, svolgendo l'ufficio di superiore di quella comunità. Nel 1591 fu sollevato da ogni responsabilità e destinato alla nuova Provincia religiosa del Messico. Mentre si preparava per il lungo viaggio con altri dieci compagni, si ritirò in un convento solitario vicino a Jaén, dove si ammalò gravemente. Giovanni affrontò con esemplare serenità e pazienza enormi sofferenze. Morì nella notte tra il 13 e il 14 dicembre 1591, mentre i confratelli recitavano l'Ufficio mattutino. Si congedò da essi dicendo: “Oggi vado a cantare l'Ufficio in cielo”. I suoi resti mortali furono traslati a Segovia. Venne beatificato da Clemente X nel 1675 e canonizzato da Benedetto XIII nel 1726.
Giovanni è considerato uno dei più importanti poeti lirici della letteratura spagnola. Le opere maggiori sono quattro: Ascesa al Monte Carmelo, Notte oscura, Cantico spirituale e Fiamma d'amor viva.
Nel Cantico spirituale, san Giovanni presenta il cammino di purificazione dell’anima, e cioè il progressivo possesso gioioso di Dio, finché l’anima perviene a sentire che ama Dio con lo stesso amore con cui è amata da Lui. La Fiamma d'amor viva prosegue in questa prospettiva, descrivendo più in dettaglio lo stato di unione trasformante con Dio. Il paragone utilizzato da Giovanni è sempre quello del fuoco: come il fuoco quanto più arde e consuma il legno, tanto più si fa incandescente fino a diventare fiamma, così lo Spirito Santo, che durante la notte oscura purifica e “pulisce” l'anima, col tempo la illumina e la scalda come se fosse una fiamma. La vita dell'anima è una continua festa dello Spirito Santo, che lascia intravedere la gloria dell'unione con Dio nell'eternità.
L’Ascesa al Monte Carmelo presenta l'itinerario spirituale dal punto di vista della purificazione progressiva dell'anima, necessaria per scalare la vetta della perfezione cristiana, simboleggiata dalla cima del Monte Carmelo. Tale purificazione è proposta come un cammino che l’uomo intraprende, collaborando con l'azione divina, per liberare l'anima da ogni attaccamento o affetto contrario alla volontà di Dio. La purificazione, che per giungere all'unione d’amore con Dio dev’essere totale, inizia da quella della vita dei sensi e prosegue con quella che si ottiene per mezzo delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità, che purificano l'intenzione, la memoria e la volontà. La Notte oscura descrive l'aspetto “passivo”, ossia l'intervento di Dio in questo processo di “purificazione” dell'anima. Lo sforzo umano, infatti, è incapace da solo di arrivare fino alle radici profonde delle inclinazioni e delle abitudini cattive della persona: le può solo frenare, ma non sradicarle completamente. Per farlo, è necessaria l’azione speciale di Dio che purifica radicalmente lo spirito e lo dispone all'unione d'amore con Lui. San Giovanni definisce “passiva” tale purificazione, proprio perché, pur accettata dall'anima, è realizzata dall’azione misteriosa dello Spirito Santo che, come fiamma di fuoco, consuma ogni impurità. In questo stato, l’anima è sottoposta ad ogni genere di prove, come se si trovasse in una notte oscura.
Queste indicazioni sulle opere principali del Santo ci aiutano ad avvicinarci ai punti salienti della sua vasta e profonda dottrina mistica, il cui scopo è descrivere un cammino sicuro per giungere alla santità, lo stato di perfezione cui Dio chiama tutti noi. Secondo Giovanni della Croce, tutto quello che esiste, creato da Dio, è buono. Attraverso le creature, noi possiamo pervenire alla scoperta di Colui che in esse ha lasciato una traccia di sé. La fede, comunque, è l’unica fonte donata all'uomo per conoscere Dio così come Egli è in se stesso, come Dio Uno e Trino. Tutto quello che Dio voleva comunicare all'uomo, lo ha detto in Gesù Cristo, la sua Parola fatta carne. Gesù Cristo è l’unica e definitiva via al Padre (cfr Gv 14,6). Qualsiasi cosa creata è nulla in confronto a Dio e nulla vale al di fuori di Lui: di conseguenza, per giungere all'amore perfetto di Dio, ogni altro amore deve conformarsi in Cristo all’amore divino. Da qui deriva l'insistenza di san Giovanni della Croce sulla necessità della purificazione e dello svuotamento interiore per trasformarsi in Dio, che è la meta unica della perfezione. Questa “purificazione” non consiste nella semplice mancanza fisica delle cose o del loro uso; quello che rende l'anima pura e libera, invece, è eliminare ogni dipendenza disordinata dalle cose. Tutto va collocato in Dio come centro e fine della vita. Il lungo e faticoso processo di purificazione esige certo lo sforzo personale, ma il vero protagonista è Dio: tutto quello che l'uomo può fare è “disporsi”, essere aperto all'azione divina e non porle ostacoli. Vivendo le virtù teologali, l’uomo si eleva e dà valore al proprio impegno. Il ritmo di crescita della fede, della speranza e della carità va di pari passo con l’opera di purificazione e con la progressiva unione con Dio fino a trasformarsi in Lui. Quando si giunge a questa meta, l'anima si immerge nella stessa vita trinitaria, così che san Giovanni afferma che essa giunge ad amare Dio con il medesimo amore con cui Egli la ama, perché la ama nello Spirito Santo. Ecco perché il Dottore Mistico sostiene che non esiste vera unione d’amore con Dio se non culmina nell’unione trinitaria. In questo stato supremo l'anima santa conosce tutto in Dio e non deve più passare attraverso le creature per arrivare a Lui. L’anima si sente ormai inondata dall'amore divino e si rallegra completamente in esso.
Cari fratelli e sorelle, alla fine rimane la questione: questo santo con la sua alta mistica, con questo arduo cammino verso la cima della perfezione ha da dire qualcosa anche a noi, al cristiano normale che vive nelle circostanze di questa vita di oggi, o è un esempio, un modello solo per poche anime elette che possono realmente intraprendere questa via della purificazione, dell'ascesa mistica? Per trovare la risposta dobbiamo innanzitutto tenere presente che la vita di san Giovanni della Croce non è stata un “volare sulle nuvole mistiche”, ma è stata una vita molto dura, molto pratica e concreta, sia da riformatore dell'ordine, dove incontrò tante opposizioni, sia da superiore provinciale, sia nel carcere dei suoi confratelli, dove era esposto a insulti incredibili e a maltrattamenti fisici. E’ stata una vita dura, ma proprio nei mesi passati in carcere egli ha scritto una delle sue opere più belle. E così possiamo capire che il cammino con Cristo, l'andare con Cristo, “la Via”, non è un peso aggiunto al già sufficientemente duro fardello della nostra vita, non è qualcosa che renderebbe ancora più pesante questo fardello, ma è una cosa del tutto diversa, è una luce, una forza, che ci aiuta a portare questo fardello. Se un uomo reca in sé un grande amore, questo amore gli dà quasi ali, e sopporta più facilmente tutte le molestie della vita, perché porta in sé questa grande luce; questa è la fede: essere amato da Dio e lasciarsi amare da Dio in Cristo Gesù. Questo lasciarsi amare è la luce che ci aiuta a portare il fardello di ogni giorno. E la santità non è un'opera nostra, molto difficile, ma è proprio questa “apertura”: aprire e finestre della nostra anima perché la luce di Dio possa entrare, non dimenticare Dio perché proprio nell'apertura alla sua luce si trova forza, si trova la gioia dei redenti. Preghiamo il Signore perché ci aiuti a trovare questa santità, lasciarsi amare da Dio, che è la vocazione di noi tutti e la vera redenzione. Grazie. 
Benedetto XVI
(dalla catechesi sui Dottori della Chiesa)


Dio conduce ciascuna anima per una via diversa, 
cosicché difficilmente si troverà uno spirito che nel modo di procedere 
convenga solo a metà con il modo di procedere di un altro!

Cercatori di Dio










L'anima fa capire che per trovare davvero Dio non basta soltanto pregare con il cuore e con le labbra, neppure con l'aiuto altrui, ma è necessario che anch'essa da parte sua faccia tutto  ciò che può , poiché Dio suole stimare più un'opera sola propria di una persona che molte fatte per lei. Perciò ricordando qui le parole dell'Amato: Cercate e troverete , l'anima stessa risolve di andarne in cerca..."
                                                                                                                        S. Giovanni della Croce

In cerca dell'Amato, anche oggi

“Se l’anima cerca Dio, 
molto più il suo Amato cerca lei"
 (San Giovanni della Croce, Fiamma Viva 3,8).




Riflettiamo su ciò che ci dice San Giovanni della Croce. Sappiamo che la  preghiera è un dono di Dio. Che Lui, creandoci, ha messo dentro di noi questo desiderio di unione con Lui. San Giovanni della Croce rivela che è maggiore il desiderio di Dio di comunicare del desiderio nostro di comunicare con Lui.
Perché? Perché ci ama. Dio è Amore (1 Gv 4,8)

Nel giorno del silenzio sta per risplendere la Croce


     
Sembra tutto finito
tutto rotolato dietro il buio della pietra 
che chiude il tuo sepolcro
Tutto da dimenticare.
Eppure il cuore sa che non è possibile
i Tuoi occhi, la tua dolcezza 
non possono essere persi per sempre
le tue promesse....
Aspetta, l'anima e tace
Tra le lacrime, aspetta e dice:

"Dove ti sei nascosto, Amato,
 lasciandomi così gemente?
(S. Giovanni della Croce, Cantico spirituale)






Il Sabato santo ci rimanda così a un aspetto della pietà cristiana che forse è stato smarrito nel corso dei tempi. Quando noi nella preghiera guardiamo alla croce, vediamo spesso in essa soltanto un segno della passione storica del Signore sul Golgota. L’origine della devozione alla croce è però diversa: i cristiani pregavano rivolti a Oriente per esprimere la loro speranza che Cristo, il sole vero, sarebbe sorto sulla storia, per esprimere quindi la loro fede nel ritorno del Signore. 
    La croce è in un primo tempo legata strettamente con questo orientamento della preghiera, essa viene rappresentata per così dire come un’insegna che il re inalbererà nella sua venuta; nell’immagine della croce la punta avanzata del corteo è già arrivata in mezzo a coloro che pregano.                          
   
Per il cristianesimo antico la croce è quindi soprattutto segno della speranza. Essa non implica tanto un riferimento al Signore passato, quanto al Signore che sta per venire. Certo era impossibile sottrarsi alla necessità intrinseca che, con il passare del tempo, lo sguardo si rivolgesse anche all’evento accaduto: contro ogni fuga nello spirituale, contro ogni misconoscimento dell’incarnazione di Dio, occorreva che fosse difesa la prodigalità inimmaginabile dell’amore di Dio che, per amore della misera creatura umana, è diventato egli stesso un uomo, e quale uomo! Occorreva difendere la santa stoltezza dell’amore di Dio che non ha scelto di pronunciare una parola di potenza, ma di percorrere la via dell’impotenza per mettere alla gogna il nostro sogno di potenza e vincerlo dall’interno. 

   Ma così non abbiamo dimenticato un po’ troppo la connessione tra croce e speranza, l’unità tra l’Oriente e la direzione della croce, tra passato e futuro esistente nel cristianesimo? Lo spirito della speranza che alita sulle preghiere del Sabato santo dovrebbe nuovamente penetrare tutto il nostro essere cristiani. Il cristianesimo non è soltanto una religione del passato, ma, in misura non minore, del futuro; la sua fede è nello stesso tempo speranza, giacché Cristo non è soltanto il morto e il risorto ma anche colui che sta per venire. 
O Signore, illumina le nostre anime con questo mistero della speranza perché riconosciamo la luce che è irraggiata dalla tua croce, concedici che come cristiani procediamo protesi al futuro, incontro al giorno della tua venuta. Amen.  
(card. Joseph Ratzinger, Meditazioni sul sabato santo)





Che cosa significa credere?

Prima conferenza del ciclo di incontri organizzati dall’ocds dei SS. Teresa e Giuseppe di Napoli per l’Anno della Fede

La fede: una definizione.
               
Papa Benedetto XVI ha voluto dedicare l’anno liturgico 2013 alla fede. Certamente la fede è la virtù che caratterizza ogni cristiano. Tutti noi battezzati abbiamo fede in Dio e per questo tentiamo di comportarci di una certa maniera, cioè tentiamo di far coincidere la nostra vita con quello che noi professiamo nella fede. Certamente la fede è la virtù principale del cristiano attraverso la quale si crede in Dio e nella sua azione nel mondo, nella storia e, soprattutto, personalmente nella nostra vita.
Possono sorgere alcune domande la cui risposta è molto importante per la nostra vita personale e spirituale. Personalmente penso che questa è l’intenzione che ha avuto Benedetto XVI e ha offerto alla Chiesa. Come dice lui stesso: “Dall’inizio del mio ministero come successore di Pietro, ho ricordato l’esigenza di riscoprire il cammino della fede” (PF 2). Molte volte ci sono realtà che si tengono per presupposte, si pensa che l’abbiamo e mai riflettiamo. Non so è come la salute non ci rendiamo conto quanto importante è fino a che non l’abbiamo perso. Per questo è necessario e doveroso fare una riflessione sulla fede.
Quando ci mettiamo a riflettere sulla nostra fede sorgono varie domande: Che cosa è la fede? Che significa credere? Che conseguenze ha nella mia vita? È sempre stata uguale la fede? Come posso sapere se ho fede?
Queste sono domande alle quali tenterò di rispondere in questa riflessione, ma soprattutto spero di stimolarvi  ad una riflessione personale, una riflessione che aiuti ognuno di noi a riscoprire e riflettere sulla propria fede. Forse la prima affermazione che dovremmo fare è che la fede è un’adesione personale dell’uomo a Dio come risposta libera a tutte le verità che Lui ci ha rivelato nel mondo e nella storia. In quanto adesione personale a Dio e accoglienza alla verità che Lui ha rivelato, la fede cristiana differisce della fede in una persona umana .  
“Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere” (Ger 17,5-6); 
Beato l'uomo che ha posto la sua fiducia nel Signore e non si volge verso chi segue gli idoli né verso chi segue la menzogna” (Sal 40,5).


Essendo un’adesione personale diventa un’opzione che dà senso alla vita e mette in gioco tutte le facoltà della persona umana orientandola verso una finalità, cioè la maturità umana, l’equilibrio psicologico e spirituale o, se vogliamo, il compimento del piano che Dio ha su ognuno di noi.

LO SVILUPPO DELLA FEDE NELLA STORIA

Come l’uomo, la fede è una realtà viva che si è sviluppata dall’inizio della rivelazione, ha raggiunto con Gesù la sua pienezza e continua ad essere viva attraverso la storia dell’uomo.  
Per questo penso che la prima cosa che dovremmo fare è analizzare la rivelazione, il suo sviluppo e dopo riflettere sul contenuto della fede.
Qual è il testo il cui è raccolta la storia la rivelazione di Dio a gli uomini? La Bibbia. Cominciamo dall’Antico Testamento. In questo gruppo di libri non troviamo un termine specifico come dopo succederà nel Nuovo Testamento che usa il termine greco “pistis” (si legge: pistis) per riferirsi alla fede. Nell’Antico Testamento la fede, più che un termine, è un attitudine, cioè un’accoglienza della Parola di Dio, una disposizione, l’accogliere quello che indica Dio. Questa caratteristica si vede molto bene nella figura di Abramo e nei profeti. Per l’Antico Testamento la fede si riflette nella vita, in quello che faccio non in quello che penso.

CHE SIGNIFICA COMPORTARSI DA CREDENTE? LO SI VEDE NELL’ANTICO TESTAMENTO:    QUANDO DIO CERCA L’UOMO (E LO FA SEMPRE CON AMORE), L’UOMO RISPONDE CON LIBERTÀ E RICONOSCENZA.

Per l’Antico Testamento, Dio è il protettore, il difensore del popolo d’Israele, dei più deboli del popolo: il povero, la vedova e lo straniero. Ma la cosa che colpisce di più in questo libro è la scelta libera e incondizionata che Dio fa del suo popolo. Di solito nelle altre religioni è l’uomo che cerca Dio, ma in questo caso è Dio che cerca e sceglie l’uomo e si rivela a lui.
Questa è anche l’esperienza di San Giovanni della Croce che ci dice: “Se l’uomo cerca Dio molto più lo cerca Dio a lui” (Fiamma B 28). Dio non soltanto si rivela al popolo d’Israele, ma lo protegge, gli parla, lo accompagna e gli svela il piano di salvezza. Tutto gratuitamente, senza aspettare niente a cambio, soltanto la risposta dell’uomo, la sua fedeltà, il rispetto per l’altro… quindi Dio vuole soltanto la maturità dell’uomo (lo vedremo molto più sviluppato nel Nuovo Testamento).
Comprendere la fede come una risposta dovuta a Dio è avere in mano la chiave che ci apre la porta alla sua esperienza e ci mostra come la fede non è tanto qualche cosa intellettuale piuttosto che una realtà esperienziale. Così la fede, come risposta a Dio, come esperienza di un Dio vivo, non lontano ma vicino all’uomo, è la virtù più importante di tutta la Bibbia, tanto nell’Antico come nel Nuovo Testamento, e continua, viva, fino a noi.

IL PRIMO CREDENTE: ABRAMO

Forse la figura della fede più importante che passa dall’Antico al Nuovo Testamento è Abramo. Secondo leggiamo nella Bibbia, Abramo è modello di fede per ogni ebreo, e poi anche per ogni cristiano, perché “egli ebbe fede sperando contro ogni speranza” (Rom 4,18); ma anche viene usato come figura di fede nei vangeli, nella Lettera agli Ebrei e nelle lettere di San Pietro e in quelle di Giacomo.
La storia di Abramo viene raccontata nel libro della Genesi a partire del capitolo 12 e si allunga fino al capitolo 25, dove si racconta la sua morte. Dio appare nella vita e nella storia di Abramo all’improvviso, senza che lui meritasse niente, ci dice la Genesi: “Il Signore disse ad Abram: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò” (Gen 12,1-2). L’entrata di Dio è “a sacco”, non c’è nessun preambolo, niente unisce questa apparizione con i passi anteriori. E fa una promessa che nessuno aspettava, ma certamente questa non poteva essere più imprecisa. Dio chiede ad Abramo di abbandonare la sua casa, il suo popolo, i suoi dei, le sue radici, per una promessa della quale non ha nessuna sicurezza. Per un semita lasciare le radice è come morire.
Nella logica non si può capire questa richiesta. Credere è compromettersi seriamente con il progetto di Dio senza capire logicamente tutto. Lo stesso succederà quando Gesù nel vangelo chiama i primi discepoli a convertirsi in pescatori di uomini, non da sicurezze, no da spiegazioni, semplicemente c’è il fascino della sua persona, il fascino di Dio. Abramo non aveva discendenza, aveva il suo popolo, le sue radice e i suoi dei, ma lascia tutto confidando nella promessa che Dio li ha fatto.
Abramo accetta questa sfida che Dio li manda e parte della sua terra “Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore” (Gen 12,4). Il cammino della fede per Abramo, come per ogni cristiano, è molto difficile, e ci sono i momenti di difficoltà, o di notte oscura, come li chiamerà San Giovanni della Croce. C’è un momento nel quale Abramo tocca fondo quando dice a Dio: “Ecco, a me non hai dato  discendenza e un  mio domestico sarà mio erede” (Gen 15,3); ma la risposta di Dio è rassicurante: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”; e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. (Gen 15,5). Abramo crede nella promessa di Dio, si fida di Lui, e alla fine Sara, sua moglie, avrà un figlio (Gen 21,2).
Ma  sua fede avrebbe potute essere una fede egoistica, Dio sarebbe potuto diventare per lui un idolo e invece no: Abramo lo ascolta e lo teme al punto da offrire suo figlio in sacrificio, senza chiedersi perché. In Genesi 22,12, nel momento in cui Dio ferma la mano di Abramo dal sacrificare Isacco, dice " Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito".
Si possono offrire al Signore anche sacrifici, per ottenere qualcosa, ma la vera fede ci fa offrire quello che Dio ci chiede. Quella è idolatria questa è vera fede.
Questa fede di Abramo apre un grande progresso nella storia della salvezza. Passiamo dalla disobbedienza e superbia di Adamo ed Eva all’obbedienza di un uomo. Dall’inimicizia con Dio dell’uomo all’amicizia dell’uomo con Dio.
La vita di fede d’Israele dipenderà della fedeltà all’alleanza che Dio ha fatto con Abramo, e poi con Mosè e tutto il popolo. Lo stesso Dio manderà profeti per ricordare questa alleanza, e il motivo di denuncia di questi sempre sarà l’infedeltà d’Israele ad essa.

IL NUOVO TESTAMENTO

Arriviamo così al, Nuovo Testamento, dove il concetto di fede rimane sostanzialmente lo stesso, ossia una risposta dell’uomo a Dio che chiama. A partire di questo momento non sarà il Dio impersonale, Yavhé, il cui nome non poteva essere pronunciato, ma sarà Gesù, suo figlio: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo” (Eb 1,1-2).
     Nel Nuovo Testamento i concetti di fede e credere appaiono con maggior frequenza, e soprattutto si usa il termine “pistis”; ma soprattutto adesso la fede non è tanto essere fedele all’Alleanza di Dio, ma credere nel suo inviato, ossia, in Gesù: “Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato” (Gv 17,25). Questo è il cambiamento che chiede Gesù ai suoi ascoltatori. Se prima si arrivava alla benedizione perché si era discendenza di Abramo, adesso questa benedizione viene attraverso la fede in Gesù: “Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,11).

Di che cosa ha bisogno l’uomo per credere?
Per arrivare a questo nuovo atteggiamento si vuole la conversione, cioè, un cambiamento radicale di mente e di cuore, un passare dall’Antico al Nuovo Testamento. Purtroppo anche attualmente molti cristiani vivono credendo nel Dio dell’Antico Testamento, o con un idolo per dio. Non si tratta di una conversione etica, ma di una conversione teologica, di vita, di cambiamento totale. La conversione e la fede sono due realtà che vanno insieme nella vita del cristiano, qualche volta la fede entra in crisi per portare ad una nuova conversione o ad una approfondimento di questa. Questo particolare lo vediamo molto bene nella vita di Santa Teresa.

La fede non è qualcosa che si acquista una volta per tutta la vita, questa come tutte le cose umane è viva, cambiante, e si trasforma insieme con noi e con le nostre circostanze. Uno su i può convertire in un momento della sua vita, ma poi, se non cura questa fede, può lasciarla morire come il grano che cresce fra le pietre o le spine, che spunta con forza ma poco dopo si secca (Mt 13,5-7).

Credere è essere convinti che là dove finiscono le nostre forze iniziano le forze di Dio, che quello che noi non possiamo fare lo farà Dio. Credere è fidarsi di Dio in tutto. Credere è confidare completamente della persona di Gesù e del suo messaggio sapendo che Lui può tutto come ha fatto Abramo, come dice Pietro nel vangelo di Giovanni (Gv 6,68).
Questa fede ha una forza tale che non soltanto si possono fare dei miracoli ma si possono spostare montagne ed alberi (Lc 17,6), non è che crei superuomini ma lascia attuare Dio nella persona, perché per Dio non c’è niente d’impossibile.
Questo è l’insegnamento che troviamo in tutti i mistici ma soprattutto nella prima donna di fede e nella prima credente, Maria: “Ecco la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1,38) ed è lei che canta “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”(Lc 1,49).
Dio può fare grandi cose in ogni credente e Santa Teresa di Gesù, soprattutto nel Cammino di Perfezione, vuole insegnarci a lasciarci trasformare da Gesù, a dare tutto perché Lui ci dia tutto. Questo è il punto centrale della vita del cristiano, del credente.

Ma che significa aver fede?

Fino adesso abbiamo analizzato la fede nella rivelazione di Dio e ci siamo resi  conto come la fede sia un esperienza umana, un incontro personale con Dio e una risposta personale, fidarsi di Gesù, sperimentare nella vita che Lui è Figlio di Dio… ma se noi chiediamo a qualsiasi persona Hai fede? E che cosa significa la fede? penserà a qualche cosa di intellettuale, da accettare in maniera incondizionata, come verità rivelate, dogmi .
Quindi attualmente la fede non è tanto considerata vita ed esperienza, come ci è stato rivelato, quanto intellettualità e verità non comprensibili per la mente umana da accettare incondizionatamente se si vuole essere cristiano.
Che è successo perché si dia questo cambiamento? Perché oggi esiste questa immagine distorta?
Come abbiamo detto all’inizio di questa riflessione la fede, come la vita umana, come la nostra società è qualche cosa viva, che cambia, si adatta alle diverse circostanze…
Il grande intuito che ha avuto il nostro Papa Benedetto XVI è proprio di farci riflettere sulla fede per scoprirla nella sua verità, nella sua freschezza come centro di tutta la nostra esperienza cristiana.

Come il pensiero ha influenzato la nozione di fede.

Nei primi secoli della Chiesa, come si vede molto bene negli Atti degli Apostoli e nei primi scritti dei Santi Padri, per essere accettati fra i cristiani bastava con confessare la divinità di Gesù che si sentiva nella vita, che ti trasformava della tua vita passata. In parole di San Paolo potremmo dire che ti faceva passare dell’uomo vecchio (peccatore) all’uomo nuovo (in Cristo). Questo è stato così nei primi secoli di vita cristiana, ma a partire del III secolo con l’estendersi della Chiesa, con la riflessione che fa di se stessa e dei suoi misteri, cominciano a accedere i pensatori (filosofi) che traducono l’esperienza in termini filosofici. Comincia a crearsi anche un linguaggio nuovo. L’antropologia e i termini ebraici si cambiano in termini greci. La fede annunziata attraverso il kerigma, dal greco “Kerux” (araldo), cioè primo annuncio si comincia a dogmatizzare. Non tanto l’annuncio ma la riflessione. Non tanto lo spirito ma la ragione.

La necessità di frenare le eresie

La Chiesa comincia ad essere messa alle strette da alcuni modi di credere in Gesù che non corrispondevano con la regola di fede. Già San Paolo parla di un altro vangelo annunciato da altri apostoli (Gal 1,8). Una delle prime eresie nate è quella del gnosticismo che sorge della filosofia greca e si stende rapidamente per la Chiesa. Dire che Dio è buono e il mondo cattivo, quindi Dio non ha creato il mondo. Questa eresia sorse presto nella Chiesa, forse proprio quando si scriveva il vangelo di Giovanni, ossia, a fine I secolo.
A metà del II secolo sorse il montanismo che difendeva una grande rigorismo. Nel III secolo sorsero il monachismo, il docetismo, arianesimo… diverse eresie che potevano deviare il cristiano dalla vera fede.
Quindi la Chiesa si vide costretta a forgiare i termini che servivano, in un modo o in un altro, a chiarire il Mistero che proclamava, a creare termini sempre più tecnici ... Credere allora sembra dover essere edotti su certi argomenti dell’ortodossia della Chiesa. Inizia la divisione fra esperienza e teologia.
Con il Concilio di Nicea (325) si definisce la divinità di Gesù, si crea un simbolo della fede, un credo, che deve essere accettato da tutti; e allo stesso tempo da diversi canoni o decisioni che dovevano essere accettate. Per sapere se uno era cristiano ortodosso doveva accettare alcuni termini teologici e negare gli altri. I primi concili ecumenici creano altre tappe per combattere le eresie e gli errori, e cominciano a stabilire i dogmi che definiscono la vera fede arricchendo il Simbolo apostolico.
Nel Concilio di Costantinopoli I (381) si definisce la divinità dello Spirito Santo, nel Concilio di Efeso (432) si definisce la divina Maternità di Maria, il Concilio di Calcedonia (451) definisce la doppia natura di Gesù, cioè vero Dio e vero uomo. Pian piano i diversi concili della Chiesa sono andati definendo maggiormente le varie verità della Chiesa, attraverso la confutazione delle diverse eresie e l’approfondimento che portava le varie dispute teologiche.
Siamo arrivati così ad un sistema teologico di pensiero con  un grande sviluppo nel Medioevo e un grande influsso nella Chiesa: la filosofia o teologia Scolastica. Il suo nome proviene dal greco “scholastikos” (cioè che viene educato nella scuola), e si tentava di conciliare la fede cristiana con il sistema di pensiero razionale, specialmente la filosofia greca. Lo sviluppo di questa teologia coincide con lo sviluppo del potere della Chiesa, quando dopo l’anno mille e la nascita degli stati e dell’Europa cristiana, fede e potere civile si uniscono arrivando a eliminare le persone che non accettavano la fede cattolica. È il periodo in cui nasce l’Inquisizione.
Arriviamo alla fine del Medioevo allo sviluppo dell’uomo, del pensiero filosofico e ad una certa libertà di pensiero che porterà allo sviluppo della dottrina protestante, in realtà una lotta politica per il potere politico e la libertà della Chiesa. Lutero difenderà una libertà spirituale e di pensiero, una libertà di interpretazione della Scrittura. La sua dottrina sarà più carismatica, ammettendo, sotto l’influsso della dottrina di San Paolo, la sola fede come causa di salvezza, negando l’infallibilità del Papa e il controllo dogmatico. Questo provocherà la reazione cattolica con la Controriforma e il Concilio di Trento (1545-1563).
Per lottare contro la dottrina carismatica di Lutero, Trento stabilirà diversi dogmi che devono essere accettati, fomenterà la redazioni di diversi catechismi che riassumeranno la fede cattolica in verità concrete che devono essere imparate. In questo clima si crea un immagine di un Dio monarca assoluto, che non lascia libertà, che controlla tutto, soprattutto la morale, che sa tutto, contro il quale non si può fare niente. Un Dio che non ha niente a che fare con il Dio rivelato da Gesù nel Vangelo. Questa sarà la causa della defezione di molte persone della Chiesa Cattolica.
Con il razionalismo del ‘700 e con la Rivoluzione Francese del 1789 comincerà a cambiare l’ambiente del pensiero. Ormai la verità non si trova in Dio e nella Chiesa, l’uomo può pensare liberamente, ognuno può pensare quello che vuole, inizia a darsi la libertà di espressione. Anche se il Concilio Vaticano I (1869 - 1870 ) afferma il dogma dell’infallibilità papale apre un dibattito su fede e ragione, la società sembra essersi allontanata dalla Chiesa.
Soltanto con la celebrazione del Concilio Vaticano II (1962-1965) la Chiesa farà una riflessione su se stessa. E molto rilevante che è l’unico Concilio che non ha dato dogmi nuovi, ma si è dedicato a riflettere sulla Chiesa, la sua funzione, sul mondo, sulla fede… è stato un concilio pastorale e spirituale Un grosso cambiamento rispetto alle idee precedenti. Ha voluto far scoprire nuovamente che la fede è una esperienza e non un dogma.
Karl Rahner, gesuita e teologo tedesco,
cattolico, fra i protagonisti
del rinnovamento della Chiesa e del Vaticano II.
Forse si è reso conto della grande l’intuizione che ha avuto Karl Rahner negli anni 60 quando disse “Il cristiano del futuro o sarà un mistico o non ci sarà”. Questo vuol dire che il cristiano del XXI secolo sarà una persona che esperimenta Dio nella sua vita. Adesso il cristiano ha meno appoggi esterni così per continuare ad essere cristiano deve sviluppare una fede salda, una convinzione forte in quello che crede, una spiritualità robusta che possa mantenerlo in piedi di fronte a tutte le difficoltà, solitudini, scoraggiamento che possa avere.
Questa è la sfida che ci ha lanciato il Concilio Vaticano II.
 Benedetto XVI vuole che noi riflettiamo in quest’Anno della Fede proprio su questo:il cristiano del XXI secolo non può basare la sua fede esclusivamente sui dogmi, in verità riflettute e accettate da secoli senza discutere, attualmente la Chiesa è carismatica e il cristiano un uomo dello Spirito per questo deve essere carismatico, mistagogico, andare con Gesù e vedere (Gv 1,39). Non defraudiamo l’invito del Papa ne l'invito che ci rivolge  Dio, un Padre che aspetta molto da noi.
conferenza di P. Arturo Beltràn ocd 
 26 marzo 2013 Napoli 
Chiesa SS. Teresa e Giuseppe 
ai Ponti Rossi Napoli
Prossimo incontro il 2 marzo alle ore 17