07 febbraio 2013


Che cosa significa credere?

Prima conferenza del ciclo di incontri organizzati dall’ocds dei SS. Teresa e Giuseppe di Napoli per l’Anno della Fede

La fede: una definizione.
               
Papa Benedetto XVI ha voluto dedicare l’anno liturgico 2013 alla fede. Certamente la fede è la virtù che caratterizza ogni cristiano. Tutti noi battezzati abbiamo fede in Dio e per questo tentiamo di comportarci di una certa maniera, cioè tentiamo di far coincidere la nostra vita con quello che noi professiamo nella fede. Certamente la fede è la virtù principale del cristiano attraverso la quale si crede in Dio e nella sua azione nel mondo, nella storia e, soprattutto, personalmente nella nostra vita.
Possono sorgere alcune domande la cui risposta è molto importante per la nostra vita personale e spirituale. Personalmente penso che questa è l’intenzione che ha avuto Benedetto XVI e ha offerto alla Chiesa. Come dice lui stesso: “Dall’inizio del mio ministero come successore di Pietro, ho ricordato l’esigenza di riscoprire il cammino della fede” (PF 2). Molte volte ci sono realtà che si tengono per presupposte, si pensa che l’abbiamo e mai riflettiamo. Non so è come la salute non ci rendiamo conto quanto importante è fino a che non l’abbiamo perso. Per questo è necessario e doveroso fare una riflessione sulla fede.
Quando ci mettiamo a riflettere sulla nostra fede sorgono varie domande: Che cosa è la fede? Che significa credere? Che conseguenze ha nella mia vita? È sempre stata uguale la fede? Come posso sapere se ho fede?
Queste sono domande alle quali tenterò di rispondere in questa riflessione, ma soprattutto spero di stimolarvi  ad una riflessione personale, una riflessione che aiuti ognuno di noi a riscoprire e riflettere sulla propria fede. Forse la prima affermazione che dovremmo fare è che la fede è un’adesione personale dell’uomo a Dio come risposta libera a tutte le verità che Lui ci ha rivelato nel mondo e nella storia. In quanto adesione personale a Dio e accoglienza alla verità che Lui ha rivelato, la fede cristiana differisce della fede in una persona umana .  
“Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere” (Ger 17,5-6); 
Beato l'uomo che ha posto la sua fiducia nel Signore e non si volge verso chi segue gli idoli né verso chi segue la menzogna” (Sal 40,5).


Essendo un’adesione personale diventa un’opzione che dà senso alla vita e mette in gioco tutte le facoltà della persona umana orientandola verso una finalità, cioè la maturità umana, l’equilibrio psicologico e spirituale o, se vogliamo, il compimento del piano che Dio ha su ognuno di noi.

LO SVILUPPO DELLA FEDE NELLA STORIA

Come l’uomo, la fede è una realtà viva che si è sviluppata dall’inizio della rivelazione, ha raggiunto con Gesù la sua pienezza e continua ad essere viva attraverso la storia dell’uomo.  
Per questo penso che la prima cosa che dovremmo fare è analizzare la rivelazione, il suo sviluppo e dopo riflettere sul contenuto della fede.
Qual è il testo il cui è raccolta la storia la rivelazione di Dio a gli uomini? La Bibbia. Cominciamo dall’Antico Testamento. In questo gruppo di libri non troviamo un termine specifico come dopo succederà nel Nuovo Testamento che usa il termine greco “pistis” (si legge: pistis) per riferirsi alla fede. Nell’Antico Testamento la fede, più che un termine, è un attitudine, cioè un’accoglienza della Parola di Dio, una disposizione, l’accogliere quello che indica Dio. Questa caratteristica si vede molto bene nella figura di Abramo e nei profeti. Per l’Antico Testamento la fede si riflette nella vita, in quello che faccio non in quello che penso.

CHE SIGNIFICA COMPORTARSI DA CREDENTE? LO SI VEDE NELL’ANTICO TESTAMENTO:    QUANDO DIO CERCA L’UOMO (E LO FA SEMPRE CON AMORE), L’UOMO RISPONDE CON LIBERTÀ E RICONOSCENZA.

Per l’Antico Testamento, Dio è il protettore, il difensore del popolo d’Israele, dei più deboli del popolo: il povero, la vedova e lo straniero. Ma la cosa che colpisce di più in questo libro è la scelta libera e incondizionata che Dio fa del suo popolo. Di solito nelle altre religioni è l’uomo che cerca Dio, ma in questo caso è Dio che cerca e sceglie l’uomo e si rivela a lui.
Questa è anche l’esperienza di San Giovanni della Croce che ci dice: “Se l’uomo cerca Dio molto più lo cerca Dio a lui” (Fiamma B 28). Dio non soltanto si rivela al popolo d’Israele, ma lo protegge, gli parla, lo accompagna e gli svela il piano di salvezza. Tutto gratuitamente, senza aspettare niente a cambio, soltanto la risposta dell’uomo, la sua fedeltà, il rispetto per l’altro… quindi Dio vuole soltanto la maturità dell’uomo (lo vedremo molto più sviluppato nel Nuovo Testamento).
Comprendere la fede come una risposta dovuta a Dio è avere in mano la chiave che ci apre la porta alla sua esperienza e ci mostra come la fede non è tanto qualche cosa intellettuale piuttosto che una realtà esperienziale. Così la fede, come risposta a Dio, come esperienza di un Dio vivo, non lontano ma vicino all’uomo, è la virtù più importante di tutta la Bibbia, tanto nell’Antico come nel Nuovo Testamento, e continua, viva, fino a noi.

IL PRIMO CREDENTE: ABRAMO

Forse la figura della fede più importante che passa dall’Antico al Nuovo Testamento è Abramo. Secondo leggiamo nella Bibbia, Abramo è modello di fede per ogni ebreo, e poi anche per ogni cristiano, perché “egli ebbe fede sperando contro ogni speranza” (Rom 4,18); ma anche viene usato come figura di fede nei vangeli, nella Lettera agli Ebrei e nelle lettere di San Pietro e in quelle di Giacomo.
La storia di Abramo viene raccontata nel libro della Genesi a partire del capitolo 12 e si allunga fino al capitolo 25, dove si racconta la sua morte. Dio appare nella vita e nella storia di Abramo all’improvviso, senza che lui meritasse niente, ci dice la Genesi: “Il Signore disse ad Abram: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò” (Gen 12,1-2). L’entrata di Dio è “a sacco”, non c’è nessun preambolo, niente unisce questa apparizione con i passi anteriori. E fa una promessa che nessuno aspettava, ma certamente questa non poteva essere più imprecisa. Dio chiede ad Abramo di abbandonare la sua casa, il suo popolo, i suoi dei, le sue radici, per una promessa della quale non ha nessuna sicurezza. Per un semita lasciare le radice è come morire.
Nella logica non si può capire questa richiesta. Credere è compromettersi seriamente con il progetto di Dio senza capire logicamente tutto. Lo stesso succederà quando Gesù nel vangelo chiama i primi discepoli a convertirsi in pescatori di uomini, non da sicurezze, no da spiegazioni, semplicemente c’è il fascino della sua persona, il fascino di Dio. Abramo non aveva discendenza, aveva il suo popolo, le sue radice e i suoi dei, ma lascia tutto confidando nella promessa che Dio li ha fatto.
Abramo accetta questa sfida che Dio li manda e parte della sua terra “Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore” (Gen 12,4). Il cammino della fede per Abramo, come per ogni cristiano, è molto difficile, e ci sono i momenti di difficoltà, o di notte oscura, come li chiamerà San Giovanni della Croce. C’è un momento nel quale Abramo tocca fondo quando dice a Dio: “Ecco, a me non hai dato  discendenza e un  mio domestico sarà mio erede” (Gen 15,3); ma la risposta di Dio è rassicurante: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”; e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. (Gen 15,5). Abramo crede nella promessa di Dio, si fida di Lui, e alla fine Sara, sua moglie, avrà un figlio (Gen 21,2).
Ma  sua fede avrebbe potute essere una fede egoistica, Dio sarebbe potuto diventare per lui un idolo e invece no: Abramo lo ascolta e lo teme al punto da offrire suo figlio in sacrificio, senza chiedersi perché. In Genesi 22,12, nel momento in cui Dio ferma la mano di Abramo dal sacrificare Isacco, dice " Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito".
Si possono offrire al Signore anche sacrifici, per ottenere qualcosa, ma la vera fede ci fa offrire quello che Dio ci chiede. Quella è idolatria questa è vera fede.
Questa fede di Abramo apre un grande progresso nella storia della salvezza. Passiamo dalla disobbedienza e superbia di Adamo ed Eva all’obbedienza di un uomo. Dall’inimicizia con Dio dell’uomo all’amicizia dell’uomo con Dio.
La vita di fede d’Israele dipenderà della fedeltà all’alleanza che Dio ha fatto con Abramo, e poi con Mosè e tutto il popolo. Lo stesso Dio manderà profeti per ricordare questa alleanza, e il motivo di denuncia di questi sempre sarà l’infedeltà d’Israele ad essa.

IL NUOVO TESTAMENTO

Arriviamo così al, Nuovo Testamento, dove il concetto di fede rimane sostanzialmente lo stesso, ossia una risposta dell’uomo a Dio che chiama. A partire di questo momento non sarà il Dio impersonale, Yavhé, il cui nome non poteva essere pronunciato, ma sarà Gesù, suo figlio: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo” (Eb 1,1-2).
     Nel Nuovo Testamento i concetti di fede e credere appaiono con maggior frequenza, e soprattutto si usa il termine “pistis”; ma soprattutto adesso la fede non è tanto essere fedele all’Alleanza di Dio, ma credere nel suo inviato, ossia, in Gesù: “Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato” (Gv 17,25). Questo è il cambiamento che chiede Gesù ai suoi ascoltatori. Se prima si arrivava alla benedizione perché si era discendenza di Abramo, adesso questa benedizione viene attraverso la fede in Gesù: “Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,11).

Di che cosa ha bisogno l’uomo per credere?
Per arrivare a questo nuovo atteggiamento si vuole la conversione, cioè, un cambiamento radicale di mente e di cuore, un passare dall’Antico al Nuovo Testamento. Purtroppo anche attualmente molti cristiani vivono credendo nel Dio dell’Antico Testamento, o con un idolo per dio. Non si tratta di una conversione etica, ma di una conversione teologica, di vita, di cambiamento totale. La conversione e la fede sono due realtà che vanno insieme nella vita del cristiano, qualche volta la fede entra in crisi per portare ad una nuova conversione o ad una approfondimento di questa. Questo particolare lo vediamo molto bene nella vita di Santa Teresa.

La fede non è qualcosa che si acquista una volta per tutta la vita, questa come tutte le cose umane è viva, cambiante, e si trasforma insieme con noi e con le nostre circostanze. Uno su i può convertire in un momento della sua vita, ma poi, se non cura questa fede, può lasciarla morire come il grano che cresce fra le pietre o le spine, che spunta con forza ma poco dopo si secca (Mt 13,5-7).

Credere è essere convinti che là dove finiscono le nostre forze iniziano le forze di Dio, che quello che noi non possiamo fare lo farà Dio. Credere è fidarsi di Dio in tutto. Credere è confidare completamente della persona di Gesù e del suo messaggio sapendo che Lui può tutto come ha fatto Abramo, come dice Pietro nel vangelo di Giovanni (Gv 6,68).
Questa fede ha una forza tale che non soltanto si possono fare dei miracoli ma si possono spostare montagne ed alberi (Lc 17,6), non è che crei superuomini ma lascia attuare Dio nella persona, perché per Dio non c’è niente d’impossibile.
Questo è l’insegnamento che troviamo in tutti i mistici ma soprattutto nella prima donna di fede e nella prima credente, Maria: “Ecco la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1,38) ed è lei che canta “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”(Lc 1,49).
Dio può fare grandi cose in ogni credente e Santa Teresa di Gesù, soprattutto nel Cammino di Perfezione, vuole insegnarci a lasciarci trasformare da Gesù, a dare tutto perché Lui ci dia tutto. Questo è il punto centrale della vita del cristiano, del credente.

Ma che significa aver fede?

Fino adesso abbiamo analizzato la fede nella rivelazione di Dio e ci siamo resi  conto come la fede sia un esperienza umana, un incontro personale con Dio e una risposta personale, fidarsi di Gesù, sperimentare nella vita che Lui è Figlio di Dio… ma se noi chiediamo a qualsiasi persona Hai fede? E che cosa significa la fede? penserà a qualche cosa di intellettuale, da accettare in maniera incondizionata, come verità rivelate, dogmi .
Quindi attualmente la fede non è tanto considerata vita ed esperienza, come ci è stato rivelato, quanto intellettualità e verità non comprensibili per la mente umana da accettare incondizionatamente se si vuole essere cristiano.
Che è successo perché si dia questo cambiamento? Perché oggi esiste questa immagine distorta?
Come abbiamo detto all’inizio di questa riflessione la fede, come la vita umana, come la nostra società è qualche cosa viva, che cambia, si adatta alle diverse circostanze…
Il grande intuito che ha avuto il nostro Papa Benedetto XVI è proprio di farci riflettere sulla fede per scoprirla nella sua verità, nella sua freschezza come centro di tutta la nostra esperienza cristiana.

Come il pensiero ha influenzato la nozione di fede.

Nei primi secoli della Chiesa, come si vede molto bene negli Atti degli Apostoli e nei primi scritti dei Santi Padri, per essere accettati fra i cristiani bastava con confessare la divinità di Gesù che si sentiva nella vita, che ti trasformava della tua vita passata. In parole di San Paolo potremmo dire che ti faceva passare dell’uomo vecchio (peccatore) all’uomo nuovo (in Cristo). Questo è stato così nei primi secoli di vita cristiana, ma a partire del III secolo con l’estendersi della Chiesa, con la riflessione che fa di se stessa e dei suoi misteri, cominciano a accedere i pensatori (filosofi) che traducono l’esperienza in termini filosofici. Comincia a crearsi anche un linguaggio nuovo. L’antropologia e i termini ebraici si cambiano in termini greci. La fede annunziata attraverso il kerigma, dal greco “Kerux” (araldo), cioè primo annuncio si comincia a dogmatizzare. Non tanto l’annuncio ma la riflessione. Non tanto lo spirito ma la ragione.

La necessità di frenare le eresie

La Chiesa comincia ad essere messa alle strette da alcuni modi di credere in Gesù che non corrispondevano con la regola di fede. Già San Paolo parla di un altro vangelo annunciato da altri apostoli (Gal 1,8). Una delle prime eresie nate è quella del gnosticismo che sorge della filosofia greca e si stende rapidamente per la Chiesa. Dire che Dio è buono e il mondo cattivo, quindi Dio non ha creato il mondo. Questa eresia sorse presto nella Chiesa, forse proprio quando si scriveva il vangelo di Giovanni, ossia, a fine I secolo.
A metà del II secolo sorse il montanismo che difendeva una grande rigorismo. Nel III secolo sorsero il monachismo, il docetismo, arianesimo… diverse eresie che potevano deviare il cristiano dalla vera fede.
Quindi la Chiesa si vide costretta a forgiare i termini che servivano, in un modo o in un altro, a chiarire il Mistero che proclamava, a creare termini sempre più tecnici ... Credere allora sembra dover essere edotti su certi argomenti dell’ortodossia della Chiesa. Inizia la divisione fra esperienza e teologia.
Con il Concilio di Nicea (325) si definisce la divinità di Gesù, si crea un simbolo della fede, un credo, che deve essere accettato da tutti; e allo stesso tempo da diversi canoni o decisioni che dovevano essere accettate. Per sapere se uno era cristiano ortodosso doveva accettare alcuni termini teologici e negare gli altri. I primi concili ecumenici creano altre tappe per combattere le eresie e gli errori, e cominciano a stabilire i dogmi che definiscono la vera fede arricchendo il Simbolo apostolico.
Nel Concilio di Costantinopoli I (381) si definisce la divinità dello Spirito Santo, nel Concilio di Efeso (432) si definisce la divina Maternità di Maria, il Concilio di Calcedonia (451) definisce la doppia natura di Gesù, cioè vero Dio e vero uomo. Pian piano i diversi concili della Chiesa sono andati definendo maggiormente le varie verità della Chiesa, attraverso la confutazione delle diverse eresie e l’approfondimento che portava le varie dispute teologiche.
Siamo arrivati così ad un sistema teologico di pensiero con  un grande sviluppo nel Medioevo e un grande influsso nella Chiesa: la filosofia o teologia Scolastica. Il suo nome proviene dal greco “scholastikos” (cioè che viene educato nella scuola), e si tentava di conciliare la fede cristiana con il sistema di pensiero razionale, specialmente la filosofia greca. Lo sviluppo di questa teologia coincide con lo sviluppo del potere della Chiesa, quando dopo l’anno mille e la nascita degli stati e dell’Europa cristiana, fede e potere civile si uniscono arrivando a eliminare le persone che non accettavano la fede cattolica. È il periodo in cui nasce l’Inquisizione.
Arriviamo alla fine del Medioevo allo sviluppo dell’uomo, del pensiero filosofico e ad una certa libertà di pensiero che porterà allo sviluppo della dottrina protestante, in realtà una lotta politica per il potere politico e la libertà della Chiesa. Lutero difenderà una libertà spirituale e di pensiero, una libertà di interpretazione della Scrittura. La sua dottrina sarà più carismatica, ammettendo, sotto l’influsso della dottrina di San Paolo, la sola fede come causa di salvezza, negando l’infallibilità del Papa e il controllo dogmatico. Questo provocherà la reazione cattolica con la Controriforma e il Concilio di Trento (1545-1563).
Per lottare contro la dottrina carismatica di Lutero, Trento stabilirà diversi dogmi che devono essere accettati, fomenterà la redazioni di diversi catechismi che riassumeranno la fede cattolica in verità concrete che devono essere imparate. In questo clima si crea un immagine di un Dio monarca assoluto, che non lascia libertà, che controlla tutto, soprattutto la morale, che sa tutto, contro il quale non si può fare niente. Un Dio che non ha niente a che fare con il Dio rivelato da Gesù nel Vangelo. Questa sarà la causa della defezione di molte persone della Chiesa Cattolica.
Con il razionalismo del ‘700 e con la Rivoluzione Francese del 1789 comincerà a cambiare l’ambiente del pensiero. Ormai la verità non si trova in Dio e nella Chiesa, l’uomo può pensare liberamente, ognuno può pensare quello che vuole, inizia a darsi la libertà di espressione. Anche se il Concilio Vaticano I (1869 - 1870 ) afferma il dogma dell’infallibilità papale apre un dibattito su fede e ragione, la società sembra essersi allontanata dalla Chiesa.
Soltanto con la celebrazione del Concilio Vaticano II (1962-1965) la Chiesa farà una riflessione su se stessa. E molto rilevante che è l’unico Concilio che non ha dato dogmi nuovi, ma si è dedicato a riflettere sulla Chiesa, la sua funzione, sul mondo, sulla fede… è stato un concilio pastorale e spirituale Un grosso cambiamento rispetto alle idee precedenti. Ha voluto far scoprire nuovamente che la fede è una esperienza e non un dogma.
Karl Rahner, gesuita e teologo tedesco,
cattolico, fra i protagonisti
del rinnovamento della Chiesa e del Vaticano II.
Forse si è reso conto della grande l’intuizione che ha avuto Karl Rahner negli anni 60 quando disse “Il cristiano del futuro o sarà un mistico o non ci sarà”. Questo vuol dire che il cristiano del XXI secolo sarà una persona che esperimenta Dio nella sua vita. Adesso il cristiano ha meno appoggi esterni così per continuare ad essere cristiano deve sviluppare una fede salda, una convinzione forte in quello che crede, una spiritualità robusta che possa mantenerlo in piedi di fronte a tutte le difficoltà, solitudini, scoraggiamento che possa avere.
Questa è la sfida che ci ha lanciato il Concilio Vaticano II.
 Benedetto XVI vuole che noi riflettiamo in quest’Anno della Fede proprio su questo:il cristiano del XXI secolo non può basare la sua fede esclusivamente sui dogmi, in verità riflettute e accettate da secoli senza discutere, attualmente la Chiesa è carismatica e il cristiano un uomo dello Spirito per questo deve essere carismatico, mistagogico, andare con Gesù e vedere (Gv 1,39). Non defraudiamo l’invito del Papa ne l'invito che ci rivolge  Dio, un Padre che aspetta molto da noi.
conferenza di P. Arturo Beltràn ocd 
 26 marzo 2013 Napoli 
Chiesa SS. Teresa e Giuseppe 
ai Ponti Rossi Napoli
Prossimo incontro il 2 marzo alle ore 17